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MAGIS Cultura Assemblea del Magis/3. Nicoletta Purpura: «L’Europa ci chiede una cittadinanza attiva»
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Assemblea del Magis/3. Nicoletta Purpura: «L’Europa ci chiede una cittadinanza attiva»

Il tema dell’assemblea del Magis, che si è svolta a Roma il 28 e il 29 maggio, era «L’impegno alla cittadinanza planetaria». In questo contesto, Nicoletta Purpura, direttore per l’Istituto di formazione politica «Pedro Arrupe» di Palermo, ha trattato il tema «Cittadinanza attiva e responsabile in Europa»: Vi proponiamo il testo del suo intervento.

Attualmente i Paesi dell’Ue sono 28. In essi si parlano 24 lingue ufficiali e vivono 508 milioni di persone (cioè il 7% della popolazione mondiale). Di questi 28, 19 hanno adottato come moneta l’euro e costituiscono la cosiddetta Eurozona. L’attuale Unione europea è nata alla fine della Seconda guerra mondiale per creare un equilibrio tra gli Stati sovrani e, in particolare, tra Germania e Francia. Il primo nucleo di quella che sarà l’Unione europea è la Comunità economica del carbone e dell’acciaio venuta alla luce nel 1952. Ne facevano parte sei Paesi tra i quali l’Italia che quindi è un Paese fondatore dell’Ue. Successivamente sono entrate, a più riprese, altre nazioni. L’ultima è la Croazia che ha aderito nel 2013.

I valori fondanti
Come si diventa Paesi membri dell’Ue e quindi cittadini europei? Attraverso un processo che prevede un esame da parte delle istituzioni dell’Ue e, in particolare, attraverso la verifica di alcuni aspetti fondamentali: l’aderenza delle legislazioni locali alla normativa europea, il rispetto dello Stato di diritto, dei principi democratici e dei diritti umani. Per esempio, la Turchia ha un negoziato in corso del 2005, ma la storia recente ci fa comprendere come, a parte una serie di accordi specifici legati all’opportunismo e alle convenienze contingenti, Ankara è ben lontana dall’aver conseguito quei requisiti che uno Stato europeo dovrebbe possedere (in particolar modo sul fronte dei diritti democratici). L’Albania è candidata all’Ue, così come la Macedonia, la Bosnia Erzegovina e il Kossovo. C’era anche una domanda di adesione da parte dell’Islanda che però è stata congelata. Ma se alcuni Paesi vorrebbero entrare, altri ne vorrebbero uscire. Il 23 giugno si terrà un referendum attraverso il quale i cittadini della Gran Bretagna si dovranno esprimere se rimanere o meno all’interno della Unione europea (ciò comporterebbe forti rischi economici per tutto il continente). L’uscita della Gran Bretagna porterebbe con sé il paradosso che la Scozia potrebbe chiedere l’indipendenza perché gli scozzesi vogliono invece rimanere nell’Ue.
Nel preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (2007) si legge: «I popoli d’Europa nel creare tra loro un’unione sempre più stretta hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni. Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà. Essa pone la persona al centro della sua azione creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia. La presente Carta riafferma i diritti derivanti in particolare dalle tradizioni costituzionali e dagli obblighi internazionali comuni agli Stati membri. Il godimento di questi diritti fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti degli altri così come della comunità umana e delle generazioni future». La Carta si divide in sei parti: libertà, uguaglianza, dignità, solidarietà, cittadinanza e giustizia. Il testo è veramente bello da leggere. Personalmente l’ho studiato quando ho fatto un seminario sulle migrazioni. Purtroppo in esso ricorrre solo una volta il termine «accoglienza». L’Unione europea è quindi una comunità che cresce, ma in questa crescita sta perdendo per strada alcuni aspetti tra i quali quello della solidarietà verso l’esterno: erigendo muri o isolando i Paesi membri che invece accolgono i migranti.

La cittadinanza attiva
Essere cittadini dell’Unione europea prevede, secondo il Trattato europeo e alla Carta dei diritti fondamentali, molti diritti: ricordiamo la libera circolazione di persone, merci e capitali. A partire dal 1992, ciascuno di noi ha potuto conoscere gli enormi vantaggi di questa libertà. Pensiamo solo al Progetto Erasmus, che ha permesso a migliaia di ragazzi di studiare all’estero, o al Progetto Leonardo, che ha permesso loro di lavorare all’estero. La libertà di poter potersi candidare alle elezioni di altri Paesi è forse una delle espressioni migliori rispetto alla cittadinanza europea. I grandi che hanno fondato l’Europa hanno pensato che un’Europa dei popoli richiedesse la necessità di affrontare la sfida dell’interculturalità. Come affrontare meglio questa sfida se non andando a conoscere le altre culture?
La cittadinanza attiva è qualcosa di più rispetto alla semplice cittadinanza. Non è soltanto il riconoscimento dei diritti dal punto di vista legale e formale, ma implica la condivisione di valori comuni e lo sviluppo di un senso di appartenenza a una stessa società e a una stessa cultura. La cittadinanza attiva è un valore che va costruito facendo leva sul senso di appartenenza a una stessa cultura e comunità e può essere realizzato attraverso l’esperienza di relazione tra culture diverse e di mobilità. L’Unione europea ha sempre cercato di coinvolgere i cittadini nella sfida della coesione economica e sociale.
L’Ue, nella programmazione degli interventi, finanzia programmi a gestione diretta (dalla Commissione europea) e a gestione indiretta (dai singoli Stati membri) per coinvolgere sempre di più i cittadini nelle istituzioni e nella vita comunitaria. Ne è nato, per esempio, il programma «Europa per i cittadini», che cerca di aiutare i cittadini a comprendere come è nata l’Europa, qual è la sua diversità rispetto ad altre entità, quali diritti promuove e difende, ecc.
La Commissione europea lancia spesso anche consultazioni pubbliche sui propri siti ai quali è possibile partecipare sia come organizzazioni sia come semplici cittadini. Sono forme di partecipazione e monitoraggio civico che sfociano in documenti che tengono conto del parere degli europei su temi chiave. Di recente, si è tenuto un sondaggio sulla responsabilità sociale.
La Commissione europea sostiene che i Paesi membri devono promuovere la conoscenza, la responsabilità, l’identità comune e cultura condivisa a partire dai giovani. Non ci si sofferma quindi solo sull’identità e sulla cultura del proprio Paese (che vanno preservate), ma sulla creazione di una nuova cultura europea.
La cittadinanza attiva ha dimensioni non solo formali, ma legate alla sfera emotiva e a quella cognitiva. In particolare, la cittadinanza attiva deve far sì che organizzazioni, gruppi e cittadini sentano un senso di attaccamento alla comunità cui appartengono e promuovano, perché lo sentono come parte dei valori fondamentali, l’inclusione sociale e la coesione. Di fatto, per essere cittadini attivi è necessario avere una base comune di conoscenze e di informazioni condivise.

La cittadinanza responsabile
Il tema della cittadinanza responsabile è invece qualcosa di più: non solo mi sento parte di una cultura condivisa, ma sono un attore sociale (individuo, istituzione o impresa) che decide di assumersi maggiori responsabilità e si impegna a verificare, ed eventualmente a modificare, le norme comportamentali al fine di migliorare il benessere pubblico rispettando i diritti e i doveri civici. Questo concetto di cittadinanza è molto legato ai principi di rispetto reciproco e di solidarietà e fornisce le basi e le regole per la convivenza civile e per uno sviluppo sostenibile a tutti i livelli.
In questo ambito, è molto importante che la cultura della sussidiarietà prenda piede e sia una sussidiarietà «sana». Ci riferiamo, per esempio, a quanto fanno le organizzazioni del terzo settore colmando, attraverso il lavoro volontario, le mancanze delle istituzioni pubbliche di rispondere alle esigenze del territorio. In questo senso l’Unione europea programma e stanzia risorse per le politiche di coesione nei territori in cui si vivono disagi e difficoltà cercando sempre di coinvolgere le organizzazioni della società civile. È una concezione di cittadinanza che prevede un percorso nell’alveo della formazione formale o informale.
In questo contesto, l’Unione europea lavora attivamente attraverso programmi di educazione, formazione e mobilità, che sono ambiti che riguardano le competenze di base.
Alla fine degli anni Ottanta, l’Unione europea ha dato vita al progetto l’Erasmus che continua a essere un progetto molto valido, costantemente perfezionato. Recentemente, la Commissione europea ha iniziato a non fare più differenza tra apprendimento di competenze in modo formale (scuola, università), informale (volontariato, esperienze in famiglia, sport, ecc.) e non formale (tutto ciò che è tra formale e informale). Di conseguenza, ha accorpato i programmi che nel precedente periodo erano separati. Nell’ambito delle politiche giovanili, a «Gioventù in azione», che finanziava attività scambi di gruppi giovanili, la formazione di animatori, la partecipazione alla democrazia da parte dei giovani in alcuni territori, il servizio di volontariato europeo, ecc., è stato aggiunto un programma che faceva dello sport una forma di educazione e creazione di solidarietà e relazioni tra i popoli diversi.
Un altro passo avanti importante, compiuto negli ultimi dieci-quindici anni, è la creazione di una serie di strumenti che riescano a certificare le competenze acquisite dai giovani e non solo giovani nei loro percorsi di conoscenza. Uno di questi strumenti è Europass e, in particolare, il curriculum vitae europeo che è diventato il modello riconosciuto e standard a livello continentale di cv. La cosa interessante è che questo curriculum contempla tutte le competenze acquisite in modo anche informale, cioè tutto quello che avviene attraverso forme di solidarietà, partecipazione alla società civile, associazionismo, sport, ecc.
Nel 1996 oltre alle esperienze di Erasmus e Leonardo è nata l’esperienza del servizio volontario europeo. Questo programma funziona in modo simile agli altri due: i ragazzi si candidano a partecipare a un progetto di volontariato in un altro Paese dell’Ue. In questi vent’anni è diventato una sorta di Erasmus plus e ha fatto muovere in tutta l’Unione europea almeno centomila giovani. L’Ue ha pianificato che, nei prossimi sette anni, altri centomila giovani aderiscano a questa iniziativa. Se l’Ue ha deciso questo è perché ha valutato che, sulla base dei risultati raggiunti, il volontariato è una delle forme più grandi ed efficaci di formazione informale alla cittadinanza attiva.
La partecipazione attiva in un Paese qualsiasi è fortemente legata alla presenza di organizzazioni di volontariato e al coinvolgimento dei giovani nel volontariato. Questo è, a mio parere, una forma di esperienze prepolitica. Chi viene impiegato nei territori conosce i problemi di quei luoghi, partecipa alla soluzione di essi e comprende quali sono le politiche pubbliche che intervengono nel settore. Si sente quindi fortemente motivato anche perché ha scelto di partecipare a questa forma di educazione informale e acquisisce in questo modo competenze chiave. Il volontariato è una forma di funzione sociale perché attraverso esso i giovani e non solo acquisiscono ed esercitano competenze di leadership e di comunicazione (competenze trasversali) oltre alle competenze tecniche che acquisiscono in qualsiasi ambito in cui operano. Aiutano ad accrescere la qualità e la quantità di servizi e contribuiscono in modo creativo alla nascita di nuovi servizi. Essere cittadini attivi e responsabili, anche attraverso forme di partecipazione ed educazione, significa fare un percorso dal quale non si può più tornare indietro. Quando si acquisisce questo senso di responsabilità, questa adesione a valori condivisi, non si perde interesse e motivazione. Si acquisisce un senso di responsabilità solidale verso tutti. Siano essi cittadini europei o provenienti da altri continenti.

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