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MAGIS Cultura Assemblea Magis/1. Patxi Alvarez: «”Laudato Si'” una nuova antropologia per una nuova ecologia»
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Assemblea Magis/1. Patxi Alvarez: «”Laudato Si'” una nuova antropologia per una nuova ecologia»

Il tema dell’assemblea del Magis, che si è svolta a Roma il 28 e il 29 maggio, era «L’impegno alla cittadinanza planetaria». In questo contesto, Patxi Alvarez, gesuita, Segretario per la Giustizia sociale e l’Ecologia presso la Curia generalizia della Compagnia di Gesù, si è soffermato sull’«Umano nella città. La cittadinanza attiva secondo la “Laudato Si’”». Vi proponiamo il testo del suo intervento.

Libertà, uguaglianza, fraternità
Il concetto comunemente accettato di cittadinanza è figlio della Rivoluzione francese. Quella francese è stata una lotta del popolo per arrivare a ottenere il diritto a partecipare alla vita politica dalla quale in molti erano esclusi. Ma il concetto comune di cittadinanza è legato anche all’idea di dialogo che simbolicamente è rappresentata dal Parlamento britannico. Se guardiamo la Camera dei Comuni vediamo i banchi dei deputati di maggioranza e opposizione molto vicini e li immaginiamo mentre discutono argomentando le loro posizioni su un testo di legge. Qui sembra che non ci sia la possibilità di scappare dal dialogo perché i deputati sono così vicini che sembrano costretti al confronto. Una terza immagine legata alla cittadinanza è quella del prendersi cura. Ci sono persone che non hanno capacità e possibilità e quindi la comunità deve prendersi cura di loro. La cittadinanza è quindi anche responsabilità.
Il concetto di cittadinanza che conosciamo è quindi moderno e possiamo farlo risalire al secolo XVIII e alla Rivoluzione francese. Questo concetto di cittadinanza si fonda su tre principi: libertà: di coscienza, espressione, associazione, elettiva; uguaglianza: tutti i cittadini abitano la terra comune dello sradicamento, sradicarsi per diventare tutti uguali per costruire qualcosa di nuovo (forse è troppo forte, ma è lo sforzo fatto per creare uno Stato nuovo); fraternità, un principio che è stato quasi dimenticato e, come diceva una mia professoressa, è stato scambiato con il termine proprietà. Non dobbiamo dimenticare che questa è stata una rivoluzione politica, una rivoluzione borghese. E proprio la borghesia spinge per affermare soprattutto i diritti civili e politici (diritto al voto, ad avere una giustizia giusta, ecc.) più che la solidarietà.
La Rivoluzione francese arriva dopo l’assolutismo e dopo il dispotismo illuminato. Nella concezione delle monarchie assolute, la sovranità arriva da Dio e non dal popolo. È Dio che investe il monarca dei suoi potere e poi il re si occupa dei sudditi. Con la rivoluzione francese la prospettiva si ribalta e la sovranità diventa un’esclusiva del popolo cioè dai nostri voti. I poteri vengono divisi: legislativo (Parlamento), esecutivo (governo), giuridico (magistratura). La Rivoluzione porta con sé anche la separazione fra Chiesa e Stato, dal privato al pubblico.
Lo Stato in questa ottica è il male minore. Tutti siamo uguali e non dovrebbe esserci un’autorità sopra ai cittadini. Ma, siccome non sempre l’eguaglianza e la libertà sono rispettate, allora è necessario uno Stato leviatano che controlli il rispetto delle norme e vigili sulle libertà dei cittadini. In questo contesto la cittadinanza è legata al principio della nazionalità, chi è fuori dalla nazione non può godere dei diritti legati alla cittadinanza.

Le tre tradizioni
Ma questo concetto di cittadinanza non nasce dal nulla e si nutre di tre tradizioni culturali storiche diverse dell’Europa. La prima è quella greca. In Grecia si sperimenta per la prima volta nella storia lo Stato democratico. In questo contesto, conta il senso di appartenenza alla città-Stato e il prendersi cura, da parte dei cittadini, di quanto avviene nella città e di quanto ha bisogno la città. La città è dei cittadini e i cittadini ne sono responsabili. Quindi per i greci la cittadinanza è diritto di partecipare, responsabilità nella partecipazione. Per fare questo è necessario dialogare, entrare in confronto dialettico con gli altri.
Alla tradizione greca, si affianca quella romana. A Roma i diritti sono in capo solo a chi fa parte della comunità, ma ne fa parte come individuo. Inizialmente questi diritti appartengono solo ai romani e alle popolazioni vicine a Roma, successivamente, nel 212 d.C., i diritti vengono estesi a tutti gli individui che siano di sesso maschile, liberi e abitino nell’impero.
La terza tradizione è quella cattolica. Tutti i popoli, non solo i romani, hanno la stessa dignità. Non è più una questione di nazione, la cittadinanza è una questione di tutti. Essere cittadino significa partecipare per costruire il bene comune. Proprio sul principio di bene comune si è sviluppata tutta la Dottrina sociale della Chiesa nell’ultimo secolo. A questo concetto cristiano si è aggiunto quello della collegialità, termine più diffuso nella tradizione orientale che in quella occidentale. In Occidente, infatti, si è sviluppata maggiormente l’idea di un’autorità gerarchica che fa parte del nostro modo di agire e sta al servizio del nostro essere popolo di Dio. Anche se è vero che, dopo il Concilio Vaticano II, noi cattolici parliamo prima del popolo di Dio e poi di gerarchia. A ciò va aggiunto il principio di sussidiarietà: ogni livello deve prendere le decisioni che è in grado, per struttura e capacità, di assumersi. Chi è sopra di noi può prendere decisioni solo se noi non siamo in grado di farlo. La sussidiarietà è fondamentale nella Dottrina sociale della Chiesa.

I limiti della democrazia
Anche la democrazia però ha limiti. Uno di questi è la mancanza di sviluppo dei diritti individuali. Si pensi al ritardo con il quale è stato riconosciuto il dritto di voto alle donne. In Italia votarono per la prima volta nel 1946, in Francia nel 1944, in Spagna nel 1936.
M anche il principio di uguaglianza ha limiti importanti. Chi è povero e chi è escluso non può partecipare alla vita politica come i benestanti. È necessario allora creare quelle condizioni indispensabili per ammettere al potere chi ne è escluso. Ciò è avvenuto solo a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale quando si è cercato di evitare che si ripetessero gli errori commessi dopo la Prima guerra mondiale quando, con l’esclusione di ampie fasce della popolazione dalla partecipazione alla vita politica, si è dato via libera ai populismi. Lo Stato sociale si è sviluppato negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, ma oggi è fortemente messo in discussione e minacciato sia in Europa sia altrove.
Il terzo limite è quali diritti possono avere le persone che non appartengono ai nostri Paesi. La cittadinanza è solo nazionale? Solo perché io sono italiano e la mia famiglia è italiana posseggo diritti? Questo è il più grande limite delle nostre democrazie odierne. La solidarietà internazionale è un settore da sviluppare sia in campo teorico sia in quello pratico.
I valori della democrazia sono legati alla responsabilità e ai doveri di ciascun individuo. Ma abbiamo bisogno di una cultura democratica, una democrazia non si costruisce solo con procedure. Se esiste un’ampia diffusione della corruzione, le sole procedure non possono eliminare il fenomeno. È necessario allora che si diffonda una cultura del bene comune che riconosca e difenda i diritti di tutti.

Una nuova antropologia per una nuova ecologia
La «Laudato Si’» lancia un messaggio forte: abbiamo bisogno di una nuova spiritualità e di un profondo rinnovamento individuale e comunitario. Il Papa propone uno sguardo diverso sulla realtà, un pensiero nuovo, una politica nuova, una educazione nuova e uno stile di vita nuovo. Non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Abbiamo bisogno di una nuova antropologia: non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia. Di questo parla Francesco nell’enciclica: esseri nuovi esseri umani.
Il Papa parla di una chiamata a una profonda conversione interiore e quindi avere un cuore nuovo. Parla della necessità di coltivare virtù solide fondate sull’austerità responsabile, su una responsabilità che risponde alle necessità degli altri, sulla contemplazione riconoscente del mondo e su una contemplazione che rende grazie a Dio. Ma parla anche della necessità di difendere i poveri e l’ambiente minacciato. Bisogna quindi resistere a un consumismo compulsivo che è la riflesso soggettivo del paradigma tecno-economico che pensa di poter dominare gli altri per essere al di sopra di tutti. Secondo il Papa: più il cuore della persona è vuoto più ha bisogno di riempirlo acquistando oggetti. Il consumismo va superato ed è necessario si diffonda una responsabilità sociale che veda i consumatori come attori perché i nostri acquisti sono atti civili. Nello scegliere di acquistare una cosa o un’altra, facciamo una scelta politica e civile. A questo discorso è legato anche quello degli stili di vita che dobbiamo tenere, stili che ci aiutano anche a difendere un’umanità e una natura minacciata.
La spiritualità cristiana propone una crescita nella sobrietà e quindi una capacità di godere con poco. È un ritorno alla semplicità: godere della vita però con semplicità e sobrietà. «La sobrietà vissuta con libertà e consapevolezza – dice il Papa – è liberante». Si può aver bisogno di poco e vivere molto, soprattutto quando si è capaci di godere di altri piaceri. Si trova soddisfazione negli incontri fraterni, nel servizio, nel mettere a frutto i propri carismi, nella musica e nell’arte, nel contatto con la natura, nella preghiera.
L’Enciclica parla anche di una rivoluzione che non è individuale, ma culturale. Ai problemi sociali si risponde con reti comunitari non con una mera somma di beni individuali. E ciò implica una conversione comunitaria e individuale. Bisogna incoraggiare una cultura della cura che riguardi ogni aspetto della società e sia incentrata sulla gratitudine e sulla gratuità. Un riconoscimento del mondo come dono e l’amorevole consapevolezza di una stupenda comunione universale. Gratuità e gratitudine sono legate e, secondo la spiritualità ignaziana, questi sono elementi fondamentali: offrire senza voler nulla in cambio.
Il Papa chiede una decrescita in alcuni Paesi perché altri più poveri riescano a vivere con dignità. Tutto ciò si basa su un amore politico e civile che, secondo quanto affermato da numerosi Pontefici, è il modo più alto per vivere la carità. La persona umana tanto più è matura e si santifica quanto più entra in relazione. E il testo vuole parlare con tutti non solo i cristiani perché tutti siamo parte della stessa famiglia. Quindi è necessario un dialogo a livello locale, nazionale e internazionale. Un dialogo interreligioso, ma anche con la comunità scientifica.
Il Papa propone quindi alcuni cambiamenti per una vita migliore. Bisogna contemplare la vita con occhi nuovi: ridurre il consumo, riciclare, godere della natura e dell’amicizia, praticare un’austerità liberante e in condivisione, semplicità della vita, evitare lo spreco dell’acqua, informarsi, risparmiare energia, non mangiare carne e pesce almeno una volta la settimana, avere un giardino o un orto, prendersi cura delle città, non utilizzare plastica e concepire il consumo come atto civile.

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