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MAGIS Cultura Assemblea Magis/2. Ronny Alessio: «La mia Albania tra modernità e tradizione»
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Assemblea Magis/2. Ronny Alessio: «La mia Albania tra modernità e tradizione»

Il tema dell’assemblea del Magis, che si è svolta a Roma il 28 e il 29 maggio, era «L’impegno alla cittadinanza planetaria». In questo contesto, Ronny Alessio, gesuita, rettore del collegio dei gesuiti di Scutari (Albania), ha parlato di «Cittadinanza attiva e responsabile alle porte dell’Europa». Vi proponiamo il testo del suo intervento.

Io sono veneto e vivo da una ventina di mesi in Albania e questa doppia esperienza mi mette ai confini tra Occidente e Oriente. Un anno e mezzo fa mi sono trovato a dibattere in un workshop su che cosa significhi il concetto di inculturazione cioè di portare una cittadinanza attiva all’interno di un’altra cultura. Questa azione implica, innanzi tutto, l’interrogarsi su chi si è e su quali siano le nostre intenzioni.

La mia relazione con l’Albania è iniziata molti anni fa quando mi sono trovato nel Collegio Mazza di Padova a studiare con gli albanesi. Mi sono trovato improvvisamente tra il mondo che mi portavano in casa gli albanesi, e il mio mondo, quello veneto, con tutte le sue tradizioni e le sue resistenze. Questo è stato per me un cambio epocale. Mi sono interrogato sul concetto di porta. Nella cultura dalla quale provenivo la porta era vista come una minaccia più che come una possibilità. Invece quello che ho imparato al Collegio Mazza è il concetto di «porta» come possibilità. Sono stato coinvolto in un mondo che non era il mio, ma che improvvisamente era diventato il mio mondo. Era un aprire gli occhi. Successivamente, ho fatto una breve esperienza in Albania durante il Magistero, il periodo che si trascorre tra gli studi di Filosofia e di Teologia nella lunga formazione dei gesuiti.
Poi venti mesi fa mi hanno proposto di diventare il direttore di un collegio privato dei gesuiti a Scutari. Questo mi ha spiazzato. Mi sono trovato catapultato nel mondo dell’educazione in Albania. Direttore di una scuola con 61 dipendenti, 600 studenti e con piani scolastici che in Albania cambiano continuamente. E questo senza aver mai insegnato. Quindi mi sono trovato di fronte diverse porte che non sono solo quelle della cultura albanese, diversa dalla mia, ma anche quelle delle mie resistenze e del senso di fare educazione da parte dei gesuiti.

La porta della cultura
Riflettendo sulla metafora della porta, si può dire che ogni porta ha una parte fissa e una mobile. Quella fissa è la tradizione immutabile dalla quale veniamo. Gli albanesi hanno avuto il comunismo che è stato talmente radicale da eliminare le parole della lingua che definiscono il sé imponendo un linguaggio radicale e piatto. Questo periodo di socialismo (iper) reale si è innestato su cinque secoli di dominazione turca con tutti i suoi pro e i suoi (molti) contro. Nel corso dei secoli, gli albanesi hanno quindi conservato alcune forme culturali che, in alcune condizioni, vengono con molta violenza. Penso al kanun (il più importante codice consuetudinario albanese) e ad alcune forme di sincretismo tra religioni. Queste forme culturali sono molto deboli, ma rappresentano il battente della porta, la parte fissa della loro cultura. Gli albanesi hanno la grande capacità di nascondere questi aspetti della loro cultura e di adattarsi alla cultura straniera. Sanno integrarsi bene senza rinunciare in alcun modo alla loro cultura più profonda.

La loro parte mobile è questo continuo essere attirati da altri mondi. Lo scorso anno, sono stato in ansia a lungo perché ho assistito a un forte calo delle iscrizioni al mio collegio. Ciò era dovuto al fatto che l’1% della popolazione è andata in Germania chiedendo asilo per crisi economica. I tedeschi hanno rifiutato le loro domande e gli albanesi sono tornati tutti (o quasi) indietro. Ma per quattro mesi sono andati all’estero attratti da questo sogno.

Io mi sono trovato catapultato in questo mondo senza conoscere la lingua e, allo stesso tempo, dovendo già affrontare i problemi pratici legati al mio status: dialogo con i genitori, rapporti con gli insegnanti, relazioni con i donatori, ecc. In cinque mesi ho vissuto cinque riforme scolastiche albanesi: ho letto di tutto e di più, ovviamente in albanese. Mi sono trovato con le mani tra i battenti della porta: loro vanno e vengono e io sono in mezzo. Da un lato, penso di riuscire ad assorbire una parte degli effetti negativi di questa situazione, ma dall’altro, alcuni aspetti del mio ruolo mi provocano dolore. Per questo vorrei farvi capire come io vivo la mia cittadinanza attiva in un ambiente che un amico albanese definisce così: «Noi siamo molto realisti e abbiamo bisogno di ideali». Loro hanno bisogno di ritrovare il senso della comunità che il comunismo ha scardinato, lasciando l’albanese in balia di consuetudini fini a se stesse. Io sono stato coinvolto in questa dispersione.

Il mio Giordano
Tra dicembre e gennaio, travolto da questi problemi, ho deciso di andare a fare gli esercizi spirituali. Volevo prendermi una pausa di riflessione per capire. C’è stato un testo biblico che mi ha colpito e che vorrei proporvi. È tratto dal secondo libro di Samuele, Davide si trova a essere tradito dal figlio Assalonne e dal suo migliore amico Achitofel e, spostandosi per combattere il figlio, incontra la figura di Assimei, che lo insulta perché rimpiange la figura di Saul. «Allora Abisài figlio di Zeruià disse al re: “Perché questo cane morto dovrà maledire il re mio signore? Lascia che io vada e gli tagli la testa!”. Ma il re rispose: “Che ho io in comune con voi, figli di Zeruià? Se maledice, è perché il Signore gli ha detto: Maledici Davide! E chi potrà dire: Perché fai così?”». Mi ha colpito molto la posizione di Davide che rispetta la diversità e, in sostanza, dice: «Chi sono io per giudicare?». E poi Davide aggiunge: «Ecco, il figlio uscito dalle mie viscere cerca di togliermi la vita: Quanto più ora questo Beniaminita! Lasciate che maledica, poiché glielo ha ordinato il Signore. Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi». Poi il testo prosegue: «Davide e la sua gente continuarono il cammino e Simeì camminava sul fianco del monte, parallelamente a Davide, e, cammin facendo, imprecava contro di lui, gli tirava sassi e gli lanciava polvere. Il re e tutta la gente che era con lui arrivarono stanchi presso il Giordano e là ripresero fiato». Il testo mi ha colpito e ho riflettuto a lungo su di esso. Perché mi sono visto in Saul, l’epoca d’oro che è stata e non torna più. Assalone è invece il presente che degenera, ma è affascinante. Poi c’è il Giordano, un punto in cui si può riposare e vedere tutto con occhi nuovi. Si può quindi lasciare le persone che tit tirano pietre e portare avanti il conflitto. Il conflitto, quando non diventa violenza, è positivo e fa crescere. Quindi sono tornato al collegio affrontando i problemi gradualmente, sapendo che periodicamente dovevo ritrovare il mio Giordano.

La cittadinanza è il vivere questa diversità: c’è la differenza di questa cultura balcanica nella quale sono ancora presenti gli effetti profondi del comunismo, ma nella quale c’è una cultura umana da educare. La sfida è difficile, anche se affascinante. Una cosa che sto imparando è che, a volte, bisogna essere ingenuo. Questa ingenuità può essere considerata come un tenere la porta aperta. Così da alcuni mesi a questa parte sto cercando di capire, anche dietro ai gesti più violenti, che cosa l’altro mi vuole comunicare. Nella cultura albanese, soprattutto del post comunismo, è invece il dubbio che domina. Per cinquant’anni gli albanesi hanno vissuto con il dubbio che anche le persone più care, gli amici più intimi potessero essere delatori e confessare cose non vere alla polizia. Molta gente è andata in carcere per accuse infondate da parte dei propri parenti. Questo segna ancora la società, quindi la fiducia nell’altro è considerata un assurdo.

Gli albanesi hanno sete di potere visto come dominio. Vogliono il potere, ma hanno una forte emotività e a volte fatica a elaborarla, quindi, quando arrivano critiche, la gente va in crisi e riemergono le dinamiche violente del clan. In questo gli albanesi vanno seguiti e accompagnati.

Questa cittadinanza significa per me anche definire i ruoli. Sto lavorando da un anno con gli studenti per definire il loro ruolo nella scuola. Tra l’altro questo mette in crisi gli insegnanti che, a loro volta, stanno cercando il modo di trovare una loro identità interpretando le direttive pubbliche. D’altro canto mi sono trovato anche un altro punto importante è l’emotività. È come se fossi salito su un auto che devo imparare a guidare e, allo stesso tempo, devo cercare di cambiare. Questo genera in me sensazioni molto forti. La cosa che mi tocca di più degli albanesi è la violenza che spesso salta fuori. Salta fuori in loro, ma anche in me. Dopo settimane che si litiga senza la possibilità di potersi rivolgere alle istituzioni albanesi che sono quasi inesistenti, a volte sviluppo in me una violenza. Non esercito violenza, ma in me c’è violenza. Per cui mi è tornato in mente un biblista che sosteneva che noi dobbiamo tornare a essere pastori della nostra animalità. Da parte mia, mi sono proposto di trovare il Giordano e di recuperare quanto di positivo c’è in me e in loro, nonostante le mie pulsioni.

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