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MAGIS Pace Fra’ Jihad e Sceicco Ibrahim, l’incontro possibile
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Fra’ Jihad e Sceicco Ibrahim, l’incontro possibile

Deir Mar Musa

«Sceicco Ibrahim, Frà Jihad» è il titolo del film, diretto dal regista Andres Rump, che parla dell’incontro di due vocazioni e dell’amicizia tra un monaco e l’imam sufi della moschea di Sheikh Abdullah Daghestany situata in un quartiere popolare di Damasco. La pellicola è stato presentata in anteprima il 15 gennaio alla Pontificia università Gregoriana di Roma (e poi riproposta il 12 febbraio) e il 30 gennaio all’Auditorium San Fedele di Milano.
Gli eventi sono stati organizzati dall’Associazione Khalil Allah – l’Amico di Dio e dalla Fondazione Magis, insieme alla Pontificia Università Gregoriana e alla Fondazione culturale San Fedele e Procultura Monza.

«Sceicco Ibrahim, Fra’ Jihad» è stato girato nel monastero di Mar Musa e nella moschea di Damasco prima dell’inizio della guerra, nel 2010. Il film parla di un incontro, ma anche di dialogo e di accoglienza dell’altro. La pellicola è anche l’occasione per descrivere la vita quotidiana, di preghiera e di ospitalità del monastero nel deserto e della moschea in città: i momenti di silenzio, la preghiera individuale e comunitaria, il lavoro manuale.
Un momento di silenzio ha accompagnato l’inizio della presentazione il 15 gennaio, per esprimere la vicinanza ai tanti che soffrono a causa di un dialogo schiacciato dalla violenza in Medio Oriente e più vicino a noi in Europa. La proiezione è stata anche una preziosa occasione di riflessione sul tema dell’incontro con l’altro e il dialogo offerta da diversi relatori.

Il film in effetti è più di un documentario, è l’espressione di un’esperienza di fede e di incontro. «Il film e concreto – ha detto fra’ Jihad -. Noi abbiamo solo permesso alla telecamera di entrare nel nostro spazio anche quello più intimo. Non so se avete visto la porta del monastero 80cm. In effetti la porta è stretta, anche quella del dialogo interreligioso. La mia chiamata mi ha consacrato nell’incontro con l’islam e l’incontro con Cristo ogni volta me lo conferma».

Si parla, come ha detto Felix Koerner, gesuita, docente di Teologia, di quel deserto in terra straniera che va attraversato come un pellegrino, per rendere possibile l’incontro con l’altro. Incontro che significa anche condivisione di cibo e casa e che in qualche modo è voluto da Dio e solo in lui è possibile. Fra’ Jhiad, il monaco protagonista del film, «fa la strada nel deserto, va a Mar Musa per una giornata di ritiro nel deserto e fa una preghiera: “Dove sei Dio? Io sono nella urba. Sono pellegrino in terra straniera”».

Il film è ricco di simboli: l’oscurità, il silenzio, il deserto, il tempo, che in qualche modo rappresentano lo spazio, il luogo per l’incontro. Il buio è un simbolo forte che è utilizzato per far sentire allo spettatore la mistica dell’incontro. Ma anche il buio è un «buio luminoso», nel quale Dio si vede. Il silenzio è una costante: si avvertono solo le parole di Jihad e Ibrahim, senza alcun commento. Il tempo è una dimensione imprescindibile: «Abbiamo sempre fretta il film invece è lento, ci permette di pregare. La lentezza è il tempo di Dio».

Ma questi elementi non bastano, Andrea Di Maio, professore di Filosofia alla Gregoriana, al termine del film, ha commentato: «Per affrontare il dialogo occorrono sia la sincerità dell’animo sia l’autenticità dell’incontro. La sincerità non va proclamata, ma va vissuta nei fatti». Ecco, il passaggio è sul piano concreto, di un dialogo di vita e di esistenza. E così anche il film è concreto. È, a suo modo, un’opera d’arte. Un’opera «di arte sacra», proprio perché, come ha spiegato Adnan Mokrani, teologo musulmano e insegnante alla Gregoriana: «Non dà informazioni, ma trasmette il sacro».
Il film rappresenta anche l’anima della Siria, gli attori infatti sono figli della stessa terra, una «terra santa» perché luogo di incontro. È questo incontro nel quotidiano che ci viene mostrato nel film: il lavoro manuale la dignità, l’amicizia, la carità, l’ospitalità, l’accoglienza. Perché «È così che si vive l’incontro».

La testimonianza di fra’ Jihad, il monaco, ha aiutato a comprendere la sua vocazione e quella dello sceicco Ibrahim: «Cioè la voce di Dio nel cuore che dice tu sei mio». Il monaco si è lasciato sedurre da Dio e lo ha seguito nel deserto. E in qualche modo «il nobile Corano parla ai monaci». Ma anche il Vangelo, osserva Jihad, «si fa cultura e la cultura si fa Vangelo. Il Corano anche si fa cultura». Il non essere arroganti, per i monaci e le monache di Deir Mar Musa è una responsabilità, ecco allora che «bisogna essere artisti nel proporre la fede e il Vangelo… poi la fede è contagiosa».
Jihad ha sottolineato come «vivere bene non solo è possibile, ma è bello» e la vocazione al dialogo interreligioso è come una sorgente a cui attingere nei momenti di crisi, è indispensabile e ci permette di essere universali. La storia siriana è piena di questi esempi di «vivere insieme», non solo tra monaci e dervisci, ma anche tra vicini di casa, compagni di scuola. È un po’ come «la luna che alla fine viene scoperta dalla nebbia che si leva». Questo salverà la Siria. «Ciò che abbiamo visto nel film – ha concluso Di Maio – non è un utopia, ma una profezia che ci indica la strada».

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