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MAGIS Notizie Palermo: Assemblea Annuale JSN 2026
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Palermo: Assemblea Annuale JSN 2026

Assemblea Annuale JSN 2026 (Palermo)

La Fondazione MAGIS, in qualità di membro aderente del Jesuit Social Network (JSN) – rete delle organizzazioni che operano nel campo sociale, promosse dalla Compagnia di Gesù in Italia – ha partecipato all’Assemblea Annuale JSN tenutasi a Palermo dal 26 al 28 giugno con il titolo “La sfida della speranza: più lentamente, più in profondità, con più dolcezza”.

Obiettivo dei lavori: approfondire la conoscenza tra Enti e personeprovare ad individuare strategie e progettualità comuni. In altre parole: migliorare il servizio ai più fragili e creare uno spazio di scambio, condivisione e fraternità tra i partecipanti.

Riportiamo alcuni passi della lettera che il Provinciale EUM, Padre Ronny Alessio SJ, ha indirizzato ai membri del Consiglio Nazionale e a tutti gli appartenenti al JSN.

Desidero anzitutto esprimervi la mia sincera gratitudine per avermi invitato a partecipare all’incontro di Palermo il 27 e 28 giugno, soprattutto, per avermi dato la possibilità di ascoltare le condivisioni nate dai confronti di gruppo. È stato un tempo prezioso, nel quale ho percepito la ricchezza delle diverse esperienze, la passione che anima il vostro servizio e, insieme, il desiderio sincero di interrogarsi sul futuro. Lo Spirito Santo continua a parlare anzitutto attraverso un ascolto reciproco, capace di lasciarsi mettere in discussione.

Le letture della liturgia di domenica 28 giugno hanno accompagnato in modo sorprendente il vostro confronto.

Nel libro dei Re, troviamo la donna di Sunem che è “illustre” e allo stesso tempo in un matrimonio “sterile”, come sono molte nostre realtà e situazioni, apprezzate da tanti e non in grado di rinnovarsi. Questa donna decide di costruire una piccola stanza per il profeta (cfr. 2Re 4,8-11.14-16a). È un gesto che rompe un modo di procedere utile e prezioso ma anche privo di generatività. Proprio quella disponibilità “ad aprire uno spazio” diventerà anche il luogo della fecondità inattesa.

Nel Vangelo (Mt 10,37-42), Gesù dopo averci richiamato a una libertà radicale conclude invitando ad offrire un bicchiere d’acqua, come fate ogni giorno con molti bisognosi.

Mi sembra che entrambe le immagini abbiano attraversato anche il vostro dialogo. Se dovessi raccogliere in una sola parola quanto ho ascoltato da voi, e quanto suggeriscono queste letture, sceglierei il termine contaminazione. Come suggerisce il preambolo del JSN, contaminazione per chi opera nel sociale significa che: “chi serve il povero deve essere disposto a cambiare a partire da quella relazione”.

[…] ribadisco con voi quanto sia fondamentale la formazione, la conoscenza reciproca e il buon governo (od organizzazione) […] ma sono dei mezzi che devono essere ordinati non alla conservazione delle strutture, ma alla missione universale e al maggior servizio di Dio e delle anime, come direbbero le Costituzioni della Compagnia di Gesù. Questo ordine dei mezzi al fine richiede un atteggiamento libero e appassionato.

Per comprendere bene dobbiamo purificare due termini, che talvolta sono compresi con accezione equivoca.

Il primo è la libertà, nel mondo moderno è intesa come libertà per essere più liberi, che diventa un idolo privo di concretezza e privo dell’alterità, che occulta la persona che mi è posta di fronte. Il Vangelo ci ricorda che la libertà è una libertà orientata all’amore e per questo la libertà stessa si sacrifica, si riduce, sceglie di “incarnarsi” e donarsi, di limitarsi. […] Gesù in persona, nella Passione, vive questa libertà quando consegna la propria volontà al Padre. Non perché il Figlio rinunci alla propria identità, ma perché sceglie di fare della volontà del Padre il luogo pieno della propria libertà. Questa è forse la forma più alta della contaminazione: lasciarsi abitare dalla volontà di un Altro, sposare le conseguenze del “progetto comune”.

Il secondo termine è la passione, intesa come “donarsi fino alla fine”: sacrificarsi, con il rischio del fallimento secondo le logiche del mondo, della morte, intesa come totale privazione, questa passione, se non viene purificata, diventa fonte di ansia e paura. […]

Le letture della liturgia di quella domenica offrono tre piste preziose.

La prima è il coraggio di cambiare gli spazi, come suggerisce la donna di Sunem (2Re 4,8-16). Perché possa nascere una vita nuova non basta amministrare meglio gli spazi che abbiamo ricevuto; talvolta occorre avere l’audacia evangelica di trasformarli, creando condizioni nuove perché Dio possa operare.

La seconda pista riguarda un cambiamento radicale delle priorità, come emerge dal Vangelo (Mt 10,37-42). Gesù chiede di mettere Lui al primo posto, perfino davanti agli affetti più cari. È un invito a lasciarci convertire nel modo di leggere la realtà, assumendo il Vangelo come criterio decisivo delle nostre scelte.

Infine, san Paolo (Rm 6,3-11) ci ricorda che il cristiano è chiamato a imparare a morire, e anzitutto a morire a sé stessi. Significa liberarsi dalla tentazione di fare del “mio percorso”, delle “mie opere” o del “mio ruolo” il centro della missione, per lasciare che sia Cristo a vivere e ad agire nella comunità. […]

Forse siamo chiamati ad abitare un paradigma nuovo, nel quale la fede non rimanga sul piano dei principi, ma diventi un’esperienza capace di plasmare la vita. […] L’impegno sociale non nasce sempre dall’adesione a un ideale, ma anche dall’incontro personale con Cristo, che rende il servizio una conseguenza naturale della fede vissuta. […]

[Il teologo Joseph Ratzinger poi Benedetto XVI] vedeva il futuro della Chiesa non affidato anzitutto alla forza delle sue strutture o alla sua rilevanza sociale, ma alla nascita di comunità più essenziali, profondamente radicate nella fede, nella fraternità e nella testimonianza. Comunità vive, capaci di lasciarsi interrogare dalla storia, di convertirsi continuamente e di non rimanere mai identiche a se stesse.

[…] Solo chi non vive nella paura di perdere può generare futuro. Forse anche le nostre opere, le nostre responsabilità e perfino le nostre intuizioni hanno bisogno di questa libertà pasquale. Non siamo chiamati a perpetuarci. Siamo chiamati a generare. Ed è proprio questa disponibilità a lasciare spazio che rende possibile una nuova fecondità.

Come Fondazione MAGIS desideriamo sempre più lasciarci “contaminare” dai poveri che serviamo, adattandoci alle esigenze sempre nuove che le loro realtà presentano e avendo il coraggio di cambiare lo spazio della nostra azione, laddove necessario, con novità e creatività, perché possa nascere sempre nuova fecondità. È quanto cerchiamo di vivere quotidianamente nei progetti di cooperazione “per” e soprattutto “con” le comunità locali con cui lavoriamo nel mondo.

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