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Volontariato in Brasile: ecco perché parto

Claudia Bellocchi (a sinistra) con Juscelio Mendonça (ex coordinatore CAC) e Adriana Di Nicola (Fondazione MAGIS)

Cosa spinge a lasciare il proprio ambiente per dedicare un periodo di volontariato all’estero?

Claudia Bellocchi, artista solidale, pittrice e scrittrice, ha deciso di andare a Belém, in Brasile, presso il Centro Alternativo di Cultura (CAC), partner della Fondazione MAGIS presso le popolazioni native amazzoniche. Cosa l’ha spinta?

Ho viaggiato negli ultimi vent’anni in America Latina per turismo, per impegni espositivi e per amore di un luogo — o forse di un popolo — quello argentino. Devo la mia maturazione come persona all’America Latina. Non so perché, ma lì cominciavo a conoscere e a capire la vita. 

Io, italiana, mi sono sempre sentita incastrata in un sistema in cui marcavo rapidamente le tappe dell’autonomia e dell’indipendenza (a ventitré anni ero già laureata e inserita nel mondo del lavoro) ma in cui non riuscivo a sentire, neppure in famiglia, quella dimensione di amore e solidarietà, quell’umanità che mi avrebbe nutrita e fatta crescere. 

Sotto la scorza dell’adulta c’era ancora una bambina romantica, drammatica, indifesa, che aveva illusioni e pretese infantili. Forse proprio per proteggermi da un mondo che mi feriva, e che non riuscivo a comprendere, me ne ero costruito uno tutto mio in cui restavo ripiegata su me stessa, con una creatività incapsulata che ancora stentava a sbocciare. 

Nella ricerca d’amore e di un rifugio mi sono accostata in Italia alla religione cattolica, in cui ho visto le luci ma anche le ombre. Mi sono fermata finché è vissuto padre Giorgianni SJ, un sacerdote gesuita di grande cultura, levatura intellettuale e profondo conoscitore di anime, che ha accettato di essere il mio direttore spirituale. Fu lui a scoprire anche la mia capacità di esprimermi con la scrittura, le poesie e via dicendo, vedendo in me una scrittrice precoce.

Padre Giorgianni mi trasmetteva l’amore di Dio e quella profondità sostanziale che ti ancora al bene. Forse non sono queste le parole precise per descrivere che grande dono mi abbia fatto: un dono che mi ha permesso di far sbocciare in pieno la scrittura e, in seguito, la pittura, facendo emergere la mia vera me stessa e con essa la voglia di vivere, di conoscere, di scoprire e anche la forza — nonostante le ferite della vita — di andare avanti e lottare per un bene che sentivo dentro e che volevo portare fuori. 

Mi sono allontanata dalla Chiesa dopo la morte di padre Giorgianni SJ. Vi ho incontrato persone illuminate ma, poiché la mia rigidità all’epoca era terribile, non ho accettato le ombre che vi continuavo a trovare e ho deciso di fuggire, rifiutandola per un bel pezzo. 

Pregavo solo nelle difficoltà e spesso chiedevo aiuto a padre Giorgianni SJ, sapendo che mi aveva voluto bene in Dio come una figlia. Quando ho scoperto la realtà del Magis, non ho potuto stare lontana dalla Fondazione: era come se in qualche modo volessi ringraziare o mantenere vivo il dialogo con lui, offrendo il mio contributo artistico e la mia presenza per iniziative che servivano a finanziare le missioni. Nel frattempo, grazie a un incontro altrettanto illuminante con i domenicani, sono poi ritornata in Chiesa, approfondendo la spiritualità come dimensione esistenziale, scoprendo in me un’attitudine al servizio, per cui mi sono prestata come volontaria per iniziative in cui la mia presenza poteva essere utile. 

Ecco: la crescita e la maturazione tramite i viaggi che facevo in America Latina, e la necessità di collaborare con il Magis ricordando sempre padre Giorgianni SJ, mi stanno portando qui a Belém. 

Ho conosciuto il CAC — il Centro Alternativo di Cultura fondato dai Gesuiti — grazie ad Adriana di Nicola, che opera nel team di cooperazione internazionale a Roma, e a Juscélio Mendonça, allora coordinatore dei progetti sociali del Centro a Belém. Ho incontrato Juscélio durante i suoi ultimi due viaggi a Roma, dove parlava della situazione di Belém e della recente COP30, e ricordo ancora una sua frase, detta quasi di passaggio ma che mi si è fissata dentro: “Donne, bambini, soggetti vulnerabili sono i più colpiti; se non si mettono loro al centro non ci sarà vero cambiamento.” 

Da allora ho cominciato a immaginare e a informarmi su questo posto — Belém, la “Porta dell’Amazzonia” — prima ancora di vederlo: una terra che porta in sé, nel suo popolo, una saggezza ancestrale e un’umanità fatta di comunità, condivisione, radicamento nella terra.

So che la rete del CAC si estende, oltre alla capitale, a Colares e Barcarena, due isole di fronte alla città, e ad Ananindeua; che lavora nelle periferie, dove vivono le popolazioni ribeirinhas, legate alla pesca lungo i fiumi, e le comunità quilombola, afro-discendenti. So anche, perché Juscélio me lo ha raccontato con la voce di chi lo vive ogni giorno, che dietro l’espansione urbana di Belém — nata dallo sfruttamento del territorio e dall’espulsione delle popolazioni dalle campagne — ci sono periferie enormi, infrastrutture fragili, e tutto ciò che ne consegue: violenza, disoccupazione, analfabetismo, mortalità infantile, sfruttamento dei bambini.

È in questo contesto che si muove la Fondazione MAGIS, sostenendo il lavoro del CAC sull’educazione ambientale, la giustizia socio-ambientale, l’ecologia integrale — ispirandosi anche alla Laudato si’. L’idea di fondo, quella che mi ha convinta a partire, è di dare anch’io il mio piccolo contributo per rafforzare bambini, adolescenti e donne di queste quattro città amazzoniche perché diventino loro stessi agenti di cambiamento. 

Perché l’Amazzonia che sto per attraversare è una terra ferita — dalle estrazioni intensive, dai megaprogetti, dalla deforestazione, dalla migrazione forzata verso le città. Le comunità, urbane e rurali, si disgregano economicamente e culturalmente; i diritti fondamentali vengono sistematicamente negati, l’istruzione pubblica arretra, il lavoro si fa più precario, le politiche a tutela dei popoli indigeni — ribeirinhas e quilombolas in testa — vengono smantellate. E come sempre, a pagare il prezzo più alto sono i bambini e le donne. 

È con questo bagaglio — di storia personale, di fede ritrovata e persa e ritrovata ancora, e ora di consapevolezza su ciò che mi aspetta — che parto per Belém. 

L’idea è di inserirmi nei lavori già in corso come artista, per lavorare con le donne e i bambini — a Belém e nelle altre comunità di cui ho già detto, tra periferie, popolazioni ribeirinhas e quilombolas

Sono molto emozionata. La mia permanenza sarà di soli ventidue giorni – quelli che sono riuscita a rendere disponibili dal lavoro. So che la prima beneficiaria di questo incontro sarò io, come mi è successo sempre nelle attività di volontariato, ma spero che lo scambio sia utile anche a loro. 

Un’ultima cosa, prima di chiudere. 

La sincronicità ha voluto che arrivassi proprio il 31 luglio, giorno in cui si festeggia la solennità di Sant’Ignazio. Quando me ne sono accorta ho alzato gli occhi al cielo e ho sorriso. Ho pensato a padre Giorgianni SJ e ho detto: comincio ringraziando!

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