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MAGIS Pace Anglofoni vs francofoni, i gesuiti lavorano per il dialogo
Camerun,

Anglofoni vs francofoni, i gesuiti lavorano per il dialogo

Il muro-contro-muro non serve a nulla. Bisogna lavorare per una mediazione internazionale che favorisca il dialogo nazionale, una decentralizzazione dei poteri e un cambiamento di regime. La crisi politica del Camerun, con lo scontro tra le regioni anglofone e quelle francofone, si sta aggravando e i gesuiti locali (e il Magis insieme a loro) lavorano sul campo per evitare che la situazione precipiti portando violenza, instabilità sia nel Paese sia nella regione dell’Africa centrale.

Le tensioni tra le regioni che parlano inglese e quelle che parlano francese affondano nella storia. Nel 1884, il Camerun è diventato un protettorato tedesco. Sconfitta nella Grande guerra, la Germania ha dovuto cedere le proprie colonie a Francia e Gran Bretagna. Il Camerun è stato così diviso in due parti: le regioni meridionali sotto il controllo di Parigi. Quelle settentrionali da Londra, che garantiva loro grande autonomia. «Il 1° gennaio 1960 – osserva Ludovic Lado, gesuita camerunese – le province meridionali del British Cameroon decisero di far parte del Camerun, quelle settentrionali entrarono a far parte della federazione nigeriana. Dopo intensi negoziati, il Camerun ha adottato una Costituzione federale. Ma i problemi sono iniziati proprio in quel momento».

Yaoundé ha infatti iniziato a varare politiche di unificazione forzata, centralizzazione del potere, assimilazione. Nel 1972 è stata abolita la Costituzione federale e il Paese si è trasformato in Repubblica unita del Camerun e poi in Repubblica del Camerun. Nonostante ciò, gli anglofoni sono riusciti a mantenere una propria autonomia nei sistemi giudiziario (con l’adozione della common law) ed educativo. Autonomia progressivamente messa in discussione dal presidente Paul Biya. «Non è un caso – spiega ancora padre Lado – che la nuova crisi sia scoppiata nell’ottobre 2016 con le proteste degli avvocati e degli insegnanti anglofoni. Proteste che sono state duramente represse con diffuse violazioni dei diritti umani». L’acme della crisi è stata raggiunta il 1° ottobre scorso quando decine di persone sono state uccise nel corso delle manifestazioni che chiedevano la secessione delle regioni anglofone da quelle francofone.

«La repressione – continua padre Lado – ha radicalizzato il movimento a dispetto dei tentativi di dialogo e riforme pensate per venire incontro alle esigenze delle popolazioni anglofone. La mano pesante di Yaoundé ha fatto sì che gli anglofoni diventassero vittime e che le frange più estremiste prendessero le armi contro il governo centrale. È ovvio che oggi serve un cambio di direzione».

Secondo i gesuiti, serve una ripresa del dialogo attraverso una mediazione internazionale. «Nel confronto – conclude Lado – bisogna far leva sulle autonomie locali previste dalla Costituzione. Attraverso una decentralizzazione, è possibile promuovere la governance locale e la partecipazione della popolazione. Parte di questo problema è anche il potere di Paul Biya. Governa il Paese da 35 anni, forse sarebbe corretto che lasciasse, per favorire il rinnovo della classe politica attraverso un voto libero. Nel 2018 si terranno elezioni, se Paul Biya si ricandidasse potrebbe acuire la crisi e il malcontento favorendo il ricorso alla violenza».

Da sempre la Fondazione Magis lavora per favorire il dialogo, unico strumento per risolvere le crisi politiche evitando la violenza. Anche in questo caso, sosteniamo il lavoro dei gesuiti sul campo per un superamento delle incomprensioni attraverso un confronto franco e libero.

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