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MAGIS Educazione Giorgio Diritti: «Il mio cinema contro razzismo e chiusure»
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Giorgio Diritti: «Il mio cinema contro razzismo e chiusure»

Giorgio Diritti è un regista bolognese. Classe 1959, ha lavorato con artisti del calibro di Pupi Avati e Federico Fellini. Il suo nome è legato a tre film che sono diventati casi nel mondo del cinema italiano: «Il Vento fa il suo giro», «L’uomo che verrà» e «Un giorno devi andare». Storie che possiedono più piani di lettura e che sono spunti per numerose riflessioni sul senso della vita, della comunità, delle relazioni con la fede e del rapporto con la natura. Il Magis ha incontrato il linguaggio cinematografico di Diritti il 7 ottobre, quando, in occasione della prima domenica del mese missionario, la Fondazione ha organizzato una giornata di sensibilizzazione con la proiezione del film: «Un Giorno devi andare». Quel pomeriggio è stato un momento di crescita importante per tutti coloro che hanno avuto l’occasione di partecipare. Per questo motivo, sfruttando l’amicizia che si è creata col regista, abbiamo voluto porgergli alcune domande.

I suoi film sono straordinari racconti. Che cosa significa per lei il racconto e perché ha scelto il cinema come strumento?
Raccontare è un modo per offrire un proprio sguardo e una propria esperienza all’altro. Anche quando i miei film si sono concentrati su fatti riferiti al passato, c’è sempre stata sottotraccia una volontà di dire quali sono le mie priorità rispetto alla quotidianità e rispondere, a mio modo, a domande profonde che tutti hanno dentro e si pongono. Sono proposte che faccio a chi ha voglia di ascoltare e che permettono di confrontarsi e di crescere in un percorso di costruzione di un senso della vita. Anche al di là della fede vissuta. Perché lo faccio attraverso il cinema? La dimensione dell’immagine è sempre stata per me molto attrattiva e stimolante per il suo carattere di immediatezza e di sintesi. Forse non è un caso se da ragazzo amavo molto i poeti ermetici, in particolare Ungaretti e Montale, che, nella sintesi, riuscivano a definire incisivi quadri della realtà.

 

Ne «Il vento fa il suo giro» lei ripropone il tema di una comunità che si chiude e preferisce morire piuttosto che aprirsi all’altro e al nuovo. In questo ha voluto inserire un messaggio per questa società europea che tende a essere sempre più refrattaria al nuovo?
Il film è stato girato diversi anni fa, ma credo sia una pellicola di fortissima attualità e di valore profetico. In quella storia c’è un’aura di egoismo che sentivo già allora e che oggi avverto ancora più forte. Sono una persona che crede sia bello andare in giro per la strada e incontrare persone anche diverse da me e provare per loro un senso di amicizia. Sono convinto che la realtà sia fraterna e questa immagine sia molto più potente di quella di chiusura che ci viene propinata da media e politici.

La scena iniziale de «Il vento fa il suo giro» con la macchina che percorre la tortuosa strada che sale a Elva (Cn) fa pensare a una società europea avviata verso l’isolamento…
Volevo si sentisse la lontananza dalla quotidianità che conosciamo, si percepisse il senso di isolato si cogliesse l’isolamento. Non credo in una Europa che si richiude in singoli Stati ma è vero che oggi di fianco ad una difesa di identità si respira un senso di razzismo o chiusura. Alcuni hanno accusato il mio film di aver messo in cattiva luce la gente della Valle Maira e delle Valli occitane piemontesi. Forse a una prima lettura può apparire così. La realtà è più articolata. Molta gente del posto mi ha aiutato a girare la pellicola. Il film quindi ci racconta più cose: in quello che si vede la diffidenza, la arroganza, anche del pastore francese che arriva in quel territorio, e il conflitto, ma in ciò che non si vede c’è anche una comunità, che si è messa in discussione e ha cercato di comprendere e superare le ragioni di un isolamento arcaico.

Ne «L’uomo che verrà» la cosa che colpisce maggiormente è come un movimento come la Resistenza sia presentato nella sua complessità fatta di eroismi, gesti coraggiosi, ma anche viltà, remore, connivenze, disimpegno. Un quadro forse più aderente alla realtà.
Volevo fare un film che andasse al di là dalla retorica della Resistenza che ha accompagnato il Dopoguerra e che vedeva tutto il buono da una parte e tutto il malvagio dall’altra. Non c’è dubbio che il fascismo e il nazismo siano stati ispirati e guidati dal razzismo, dalla violenza e dalla sopraffazione. Detto ciò, nel momento della battaglia e della guerra, ogni uomo tira fuori il peggio di sé sia esso un partigiano o un fascista. La violenza è un elemento genetico profondo, antico, che abbiamo «dentro». Solo l’educazione e il vivere in pace possono tenerla a bada. Proprio per questo bisognerebbe evitare di arrivare ai conflitti, proprio per non correre il rischio di trovarsi in quella situazione estrema in cui si è posti ai limiti e si reagisce in modo eccessivo e irrazionale. La vita è un valore assoluto. Nel lavoro di ricerca che ha preceduto il film ho parlato con i sopravvissuti di Marzabotto, con i partigiani. Mi hanno affidato le loro storie perché si alimenti un sentimento di pace. Ho notato anche nelle ricostruzioni dei testimoni versioni completamente diverse dei fatti. Ciò significa che in quelle condizioni non solo la percezione della realtà è modificata ma è difficile prendere decisioni razionali. Dalle tante letture e interviste è maturato il desiderio di raccontare di una famiglia, di una bambina e del suo sguardo su ciò che accade nella quotidianità perché nella sua semplicità innocente emerge il senso di sconcerto nei confronti della guerra ed anche il senso di responsabilità verso il futuro nel difendere la vita. «L’uomo che verrà» è né critica né analisi della Resistenza ma spero dilati il senso di resistenza in rifiuto per ogni guerra e forma di violenza.

In «Un giorno devi andare» c’è una ricerca di senso, un percorso che riguarda tutti…
Sì, la protagonista si avvia in un percorso di ricerca che nasce dalla necessità di rielaborare un dolore dopo un trauma. Nel suo viaggio possiamo notare l’incontro con l’altro e con tematiche legate alla spiritualità. C’è anche la scoperta della natura come punto di riferimento fondamentale. Noi siamo abituati ormai a vivere in una dimensione fortemente antropizzata, un mondo a nostra immagine e somiglianza nel quale ci sentiamo potenti. Invece quando ci si rapporta con la natura tutto si ridimensiona, si spegne la nostra arroganza e si relativizzano i nostri problemi. Il contatto con la natura è una ricetta utile per tutti, è un percorso che può toccare anche la fede e la Chiesa stessa.

La dimensione naturale è forte anche nei due primi film…
La natura è un mio specchio, una mia emozione. Forse anche per questo ho scelto di realizzare ora un film, legato alla figura del pittore Ligabue. Anche in lui c’è questa forte dimensione di rapporto con quello di cui siamo parte. C’è nei suoi quadri, nella sua vita. Nelle ricerche fatte prima di girare, ho scoperto anche che Ligabue è il pittore più amato dai bambini. Mi sono chiesto perché. Forse nel suo essere istintivo, non perfetto nelle proporzioni e prospettive, nei suoi quadri ci regala le sue emozioni. Le emozioni di un uomo-bambino.

 

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