Gesuiti
Fondazione Magis ets
Opera missionaria della Provincia Euro-Mediterranea dei gesuiti
MAGIS Notizie Linguaggio e violenza: il potere delle parole di ferire, guarire o trasformare
Sri Lanka,

Linguaggio e violenza: il potere delle parole di ferire, guarire o trasformare

In un paese ancora traumatizzato da 25 anni di guerra civile, la missione dei Loyola Campus “si basa sulla convinzione che la pace inizia dal modo in cui le persone parlano, ascoltano e si comprendono a vicenda”. Dal 2024 la Fondazione MAGIS sostiene i centri educativi nell’ambito del progetto EDIRI, cofinanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e promosso dai gesuiti della Provincia dello Sri Lanka, insieme al Loyola Campus. Riportiamo di seguito l’articolo di Francesca Flosi (capo progetto MAGIS dell’iniziativa AID 12970/01/7 EDIRI) e Milroy Fernando SJ (Direttore nazionale del Loyola Campus in Sri Lanka).

Linguaggio e violenza: il potere delle parole di ferire, guarire o trasformare

Una riflessione dallo Sri Lanka

La lunga lotta dell’isola tra conflitti etnici, polarizzazione politica e disuguaglianze sociali ha dimostrato ripetutamente che le parole possono fare ciò che fanno le armi: dividere, distruggere e deumanizzare. Eppure, ha anche dimostrato che le parole possono ricostruire la fiducia infranta, restituire dignità a vite cancellate dalla violenza e invitare le comunità a una più profonda umanità

In Sri Lanka, terra di bellezza mozzafiato e storie dolorose, il linguaggio non è mai stato uno strumento neutrale. È stato un’arma, uno scudo, una ferita e, nel migliore dei casi, un ponte. La lunga lotta dell’isola tra conflitti etnici, polarizzazione politica e disuguaglianze sociali ha dimostrato ripetutamente che le parole possono fare ciò che fanno le armi: dividere, distruggere e deumanizzare. Eppure, ha anche dimostrato che le parole possono ricostruire la fiducia infranta, restituire dignità a vite cancellate dalla violenza e invitare le comunità a una più profonda umanità.

Per decenni, i conflitti dello Sri Lanka sono stati narrati non solo attraverso bombe, proiettili o ribellioni, ma anche attraverso un potente vocabolario fatto di sospetto ed esclusione. La retorica del “noi contro loro”, così familiare nei conflitti globali, è apparsa qui in forme locali: singalesi contro tamil, nord contro sud, soldati contro insorti, patrioti contro traditori. Questi binarismi non sono nati improvvisamente; sono stati coltivati lentamente attraverso discorsi politici, narrazioni mediatiche, libri di testo scolastici e conversazioni quotidiane.

Il potere di ferire

In Sri Lanka, la lingua è stata a lungo oggetto di battaglie ideologiche. La legge Sinhala Only Act del 1956 non era solo una politica linguistica, ma una dichiarazione narrativa che definiva l’identità linguistica come porta d’accesso all’appartenenza politica. Per i tamil, essa segnava la cancellazione della loro lingua e della loro dignità. Per i parlanti singalese, simboleggiava il ripristino della cultura. In entrambi i casi, la lingua non era più un mezzo condiviso di convivenza, ma un simbolo di potere e di risentimento.

Durante la guerra civile, termini come “terrorista”, “traditore”, “nemico” ed “estremista” hanno permeato il discorso pubblico. Queste parole hanno rimodellato l’immaginario di una nazione. Le comunità sono state dipinte con i tratti ampi della paura. L’empatia è diventata rara. Il sospetto è diventato la norma. Come osservato da Marshall Rosenberg, “la violenza è l’espressione tragica di bisogni insoddisfatti”; eppure, in Sri Lanka, le narrazioni dominanti hanno oscurato tali bisogni, ritraendo intere comunità come minacce esistenziali piuttosto che come esseri umani portatori di paure, memorie e aspirazioni.

Ancora oggi, l’incitamento all’odio (hate speech) e la disinformazione sui social media sono forze potenti. I musulmani vengono etichettati come “invasori”, i cristiani come “convertitori”, i lavoratori delle piantagioni come “estranei”. Ripetute e amplificate, queste parole restringono l’immaginazione morale, preparando la società a tollerare la discriminazione molto prima che esploda la violenza. Il conflitto inizia sempre con il linguaggio.

Il silenzio che danneggia

Altrettanto dannoso quanto il discorso violento è il silenzio che cancella la sofferenza. In Sri Lanka, le prospettive delle vittime — le famiglie degli scomparsi, le vedove di guerra, le comunità delle piantagioni, i pescatori sfollati, i contadini impoveriti — raramente penetrano nel dialogo nazionale. I governi usano il vocabolario della sicurezza, le élite politiche quello della mobilitazione etnica, e i media spesso echeggiano le narrazioni dominanti.

Il silenzio diventa complicità quando permette al danno di proseguire indisturbato. L’avvertimento di Desmond Tutu — “Se sei neutrale in situazioni di ingiustizia, hai scelto la parte dell’oppressore” — risuona qui dolorosamente. Quando le storie di sofferenza vengono ignorate o respinte, la violenza diventa invisibile e le sue vittime diventano trasparenti.

Il potere di guarire

Eppure lo Sri Lanka presenta innumerevoli casi in cui il linguaggio è servito da balsamo anziché da lama. In seguito al ciclone Ditwah del 2025, le comunità hanno superato i confini etnici con una compassione che ha attenuato decenni di ostilità. Dopo la guerra civile, numerose iniziative di riconciliazione — guidate da gruppi religiosi, collettivi di donne e movimenti giovanili — hanno utilizzato circoli di dialogo, narrazione e teatro per ricostruire la fiducia.

Lo storytelling, in particolare, è stato trasformativo. A Mullaitivu, Batticaloa, Mannar, Vavuniya, Puttalam e Hatton, le vittime si riuniscono in spazi sicuri per condividere i ricordi, a volte tremando, a volte con risolutezza. Queste narrazioni restituiscono dignità. Ascoltarle permette alle comunità, spesso divise, di affrontare verità scomode e riscoprire l’umanità reciproca.

Artisti, poeti, registi e giornalisti hanno inoltre sfidato le narrazioni dominanti, ricordando alla nazione che il linguaggio può rivelare ciò che la politica cerca di nascondere: il costo umano del conflitto e la fragile speranza della riconciliazione.

Percorsi di educazione, dialogo e riconciliazione

Nel 2024 abbiamo avviato il progetto “Percorsi e pratiche di educazione, dialogo e riconciliazione in Sri Lanka – EDIRI”, finanziato dall’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo) e promosso dalla Fondazione MAGIS ETS in Italia e dal Trustees of the Society of Jesus – Provincia dello Sri Lanka, insieme al Loyola Campus.

Coinvolgiamo i giovani che si trovano ai margini della società srilankese offrendo un sistema educativo strutturato che promuova il pensiero critico, il dialogo e le competenze trasversali. Miriamo a prepararli a partecipare a un’economia emergente basata sulla conoscenza, alimentando al contempo la loro capacità di mettere in discussione le narrazioni dominanti, resistere al linguaggio deumanizzante e contribuire alla riconciliazione sociale.

Rafforzando le capacità educative locali e creando comunità di apprendimento inclusive, vogliamo promuovere l’istruzione come forma di azione nonviolenta, capace di dare potere alle voci che troppo spesso vengono messe a tacere e di sostenere la costruzione di una società più giusta, pacifica e coesa.

Negli ultimi anni, i Loyola Campus sono emersi come una forza cruciale nel rimodellare il panorama linguistico e relazionale dello Sri Lanka. La missione dei Loyola Campus — educare, responsabilizzare e trasformare — si basa sulla convinzione che la pace inizia dal modo in cui le persone parlano, ascoltano e si comprendono a vicenda.

Il Campus offre programmi di comunicazione nonviolenta, trasformazione dei conflitti, dialogo riparativo e narrazione comunitaria. I partecipanti — giovani, insegnanti, leader religiosi, membri della comunità — imparano come le parole possano esacerbare le tensioni o favorire la comprensione. Esplorano come le paure inespresse e i bisogni insoddisfatti alimentino l’aggressività e come un linguaggio compassionevole possa ammorbidire le identità indurite.

Questi workshop sono più che lezioni; sono incontri. Tamil, musulmani e singalesi, monaci buddisti e sacerdoti cattolici, lavoratori delle piantagioni e giovani urbani siedono in cerchi condivisi di sincerità. Attraverso il dialogo, iniziano a smantellare gli stereotipi ereditati e a ricostruire la fiducia.

Poiché in Sri Lanka la religione modella l’identità, i Loyola Campus insieme alla Fondazione MAGIS dedicano particolare attenzione all’impegno interreligioso. Attraverso la riflessione condivisa, i pellegrinaggi di pace e i progetti comunitari collaborativi, i leader buddisti, indù, cristiani e musulmani riscoprono un terreno comune. Qui il linguaggio diventa un ponte che chiarisce le paure, afferma i valori condivisi e rafforza i legami di fiducia tra le comunità.

In un’ottica più ampia, svolgiamo un ruolo altrettanto fondamentale nel promuovere la coesione sociale in tutta l’isola. Con i suoi otto centri a Trincomalee, Batticaloa, Vavuniya, Mullaitivu, Mannar, Thanamalwila, Boragas e Hatton, il Loyola Campus riunisce giovani provenienti da diversi contesti etnici e religiosi, riuniti spesso per la prima volta.

In queste aule:

  • giovani singalesi, tamil e musulmani imparano fianco a fianco;
  • l’inglese, l’informatica e la formazione professionale diventano strumenti di uguaglianza;
  • gli studenti partecipano a sessioni di dialogo, scambi culturali e progetti comunitari;
  • gli insegnanti integrano il linguaggio riparativo e l’educazione alla pace nelle lezioni quotidiane.

Un’aula del Loyola diventa un microcosmo di quello Sri Lanka che speriamo di costruire, in cui la differenza non è una minaccia, ma una risorsa condivisa.

Attraverso la formazione alla leadership, la formazione dei docenti e i progetti di digital storytelling, il Loyola Campus prepara una generazione a resistere al razzismo, a sfidare la disinformazione e a diventare ambasciatrice di pace nelle proprie comunità. Questi esercizi aiutano i giovani a riflettere sul potere del linguaggio, a imparare a esprimere il dissenso in modo costruttivo e a trasformare le narrazioni che potrebbero altrimenti perpetuare pregiudizi o paure. Come ha sottolineato Papa Francesco, “dobbiamo apprendere il lessico della pace e non abituarci a quello della guerra”, sottolineando come le parole che scegliamo influenzano il mondo che creiamo.

Combinando l’educazione etica con lo sviluppo di abilità pratiche, il Loyola Campus, insieme alla Fondazione MAGIS ETS, promuove sia la crescita personale dei partecipanti sia la loro capacità di contribuire alla riconciliazione sociale e alla creazione di comunità inclusive.

Il potere di trasformare

Se l’incitamento all’odio può mobilitare le folle, il discorso compassionevole può mobilitare le comunità. Se la propaganda può seminare divisione, l’educazione può coltivare il pensiero critico. Se la retorica politica crea nemici, il dialogo può creare vicini di casa.

In tutto lo Sri Lanka, stanno mettendo radici piccoli movimenti di trasformazione linguistica. I circoli interreligiosi parlano un linguaggio di umanità comune. I gruppi giovanili realizzano video che sfidano gli stereotipi. Gli insegnanti promuovono classi riparative. Le stazioni radio comunitarie amplificano le voci emarginate.

La trasformazione è cumulativa, si costruisce parola dopo parola, storia dopo storia.

Un appello alla responsabilità

Il futuro dello Sri Lanka dipende dalle narrazioni che scegliamo di coltivare. Ripeteremo le storie di paura e divisione o creeremo nuovi vocabolari di dignità e verità? Il nostro linguaggio pubblico rimarrà ostaggio delle agende politiche o creeremo spazi in cui possa fiorire un parlare umano?

Narayan Desai ci ricorda: “Le parole non sono armi, ma possono ferire più profondamente dei coltelli”. In Sri Lanka, una terra che conosce le ferite e la resilienza, la nostra responsabilità è chiara: assicurare che le nostre parole guariscano più profondamente di quanto feriscano.

Grazie agli sforzi costanti di educatori, costruttori di pace, narratori, comunità, e istituzioni come il Loyola Campus, si sta già scrivendo una nuova narrazione: una narrazione di dignità, dialogo e riconciliazione.

Articolo apparso sulla rivista Pax Lumina Vol. 07 | No. 01 |January 2026 (originale in inglese)

Vai al progetto “Percorsi e pratiche di educazione, dialogo e riconciliazione in Sri Lanka – EDIRI”

Tags

Condividi