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Nessuno si salva da solo

Nei mesi scorsi l’epidemia ha paralizzato anche il Jharkhand. Il lockdown imposto senza preavviso, ha causato la fuga dalle città di milioni di lavoratori migranti, famiglie con bambini e giovani che avrebbero rischiato di morire di fame più che per il virus. Volevano tornare a casa, nei loro villaggi, dove erano certi che la comunità li avrebbe sostenuti, nutriti, riparati ed aiutati a sopravvivere.

Nei primi giorni dell’emergenza, c’era bisogno di tutto: allestire campi di accoglienza, fornire cibo, garantire servizi igienici e alloggi, rintracciare i migranti e aiutarli a rientrare, individuare personale medico per visitare i migranti rientrati, gestire il reinsediamento nei villaggi di coloro che avevano camminato per migliaia di chilometri e aiutare le loro famiglie rimaste senza sostentamento.

I gesuiti di Ranchi, insieme ad altre ONG, alle comunità di base e alle amministrazioni distrettuali, hanno avviato una serie di interventi coordinandosi e unendo le forze per far fronte alla questa tragica situazione, perché “nessuno si salva da solo”.  Camminare con i poveri significa promuovere la giustizia sociale, la pace e la riconciliazione degli individui, dei popoli e delle loro culture, che esula dal singolo intervento di soccorso, per garantire in via prioritaria la dignità della vita umana senza distinzione di casta, religione, cultura e status socio-economico. Il risultato più grande è stato creare una rete di realtà che si sono impegnate insieme per ridare valore alla vita di chi nell’esodo aveva perso tutto. E’ stata un’occasione anche per rafforzare i legami dei gesuiti con le realtà locali, dall’amministrazione alle varie entità associative, per scoprire insieme una conversione spirituale fortificata nella condivisione dei valori di solidarietà e fratellanza.

La maggior parte dei migranti appartengono agli stati più poveri dell’India: Uttar Pradesh, Bengala occidentale, Bihar, Jharkhand e alcuni stati dall’India meridionale, molti hanno con sé famiglie con bambini piccoli e molti sono giovani, che cercano fortuna nelle metropoli, lavorando nell’edilizia o in piccole imprese, come venditori ambulanti, tassisti o lavoratori domestici. Questi giovani, la maggior parte dei quali ha abbandonato prematuramente la scuola, cercano solo una stabilità finanziaria per mantenere le loro famiglie.

I gesuiti di Ranchi si sono occupati della gestione di 3 centri di accoglienza e assistenza vicino ai confini, due a Tamar a circa 58 km da Ranchi e uno a Muri, nel distretto di Khunti. I migranti venivano visitati da un’équipe medica, i positivi inviati in isolamento, i casi più gravi indirizzati all’ospedale, mentre gli altri venivano trasferiti nei centri. Nei centri quarantena erano garantito alloggio e cibo, ma anche sessioni di counselling, attività sportive, yoga, meditazione e programmi di sensibilizzazione e informazione per evitare il contagio e prevenire la diffusione del Covid. Più di 600 migranti sono stati soccorsi, molte le famiglie con bambini dai 2 ai 14anni, alcuni sono rimasti nei centri anche fini a 45 giorni.

A ciò si è unita la distribuzione di razioni alimentari ad intervalli regolari per 1300 famiglie che si trovano sotto la soglia di povertà.  Tutto ciò è stato possibile grazie alla collaborazione di numerosi volontari, dei giovani del noviziato e pre-noviziato, delle sorelle Figlie di Sant’Anna e delle Orsoline.

Ma le sfide non sono ancora finite, perché chi è tornato a casa ha rinunciato al lavoro nella città e adesso deve trovare il modo per far sopravvivere la famiglia.

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