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Opera missionaria della Provincia Euro-Mediterranea dei gesuiti
MAGIS Educazione Una chiamata alla conversione
Italia,

Una chiamata alla conversione

Abbiamo chiesto a P. Xavier Jeyaraj SJ, segretario per la Giustizia Sociale e l’Ecologia presso la Curia Generalizia di Roma, di indicarci come le Preferenze Apostoliche Universali possano ispirare e caratterizzare praticamente l’attività missionaria e di cooperazione internazionale della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù, che il Magis supporta e coordina.

Le Preferenze Apostoliche Universali (PAU), come richiesto dal Santo Padre alla Compagnia di Gesù, sono in primo luogo e soprattutto, Universali – non si limitano a una specifica Provincia o a un particolare settore apostolico come quello sociale, educativo, pastorale ecc. Sono per l’intera Compagnia di Gesù. In secondo luogo, sono Apostoliche – quindi devono essere orientate alla missione. In terzo luogo, sono Preferenze non priorità. Priorità significa escludere o porre fine a certe cose che stiamo facendo. Il P. Generale Arturo Sosa dice: «Questo non è un piano strategico o una checklist burocratica, ma una chiamata alla conversione». Attraverso il discernimento comune dell’intera Compagnia di Gesù ci stiamo orientando a lavorare su queste 4 Preferenze per i prossimi 10 anni in tutti i nostri ministeri. Sebbene le Preferenze siano quattro, esse devono essere viste complessivamente come interdipendenti e non come entità separate o come quattro diversi tipi di opere da realizzare in diversi settori apostolici. Per esempio, il discernimento è per coloro che si stanno formando o si dedicano al ministero spirituale; camminare con i poveri e prendersi cura della nostra casa comune è per chi è impegnato nella pastorale sociale e accompagnare i giovani per chi è impegnato nelle scuole e nelle università o nella pastorale giovanile. La sfida di ogni gesuita è integrare queste quattro preferenze in qualsiasi missione in cui è impegnato. Il Santo Padre ha espresso chiaramente la sua preoccupazione nella lettera al P. Generale: «La prima preferenza (discernimento ed esercizi spirituali) è fondamentale… senza questo atteggiamento di preghiera il resto non funziona».

Indicare il cammino verso Dio mediante gli esercizi Spirituali

Essendo cresciuto in un contesto multireligioso in India, credo che lo spirito divino sia attivo in ogni religione e in ogni essere umano. Purtroppo, sono i leader religiosi che, per i propri interessi personali di potere, sostengono che il loro dio è migliore dell’altro, dividendo così le persone in nome della religione e generando guerra, violenza e divisione.

Sono fermamente convinto che tutti noi, come esseri umani, siamo pellegrini su questa terra come lo era in un dato momento Sant’Ignazio, o come lo sono stati molti altri “cercatori di Dio”. Ogni religione predica che la via della trascendenza passa attraverso la scoperta del divino dentro di sé, il servizio all’altro o l’amore per il prossimo. Ogni saggio religioso parla di disciplina attraverso esercizi spirituali per liberarsi dagli attaccamenti (distacco – buddismo; nish kama karma – induismo). Ci invitano a riconoscere il Dio che è nel profondo (Aham brahma asmi – io sono divino) e a essere compassionevoli gli uni verso gli altri.

Come gesuiti, quando parliamo di spiritualità ed esercizi spirituali a persone di altre convinzioni religiose, sarà bene che ci rivolgiamo a loro partendo dagli insegnamenti delle loro stesse religioni e le portiamo sulla via della scoperta di Dio piuttosto che indurle a credere nel “nostro” Dio. Anche a una persona non credente, penso, possiamo parlare dal punto di vista del fine dell’esistenza umana e condurla a cogliere il senso interiore più profondo della vita e dell’esistenza. Credo che Dio non dovrebbe essere, o meglio ancora, non possa essere imprigionato in una sola religione o in un solo tipo di spiritualità.

Camminare insieme ai poveri, agli esclusi dal mondo, a quanti sono feriti nella loro dignità, in una missione di riconciliazione e di giustizia

La povertà è più che altro un fenomeno creato dai politici, o peggio ancora, è un prodotto commerciale dei politici. Arrivano al potere con una serie di promesse per eliminare la povertà. Ma appena salgono al potere, le promesse vengono dimenticate. I poveri diventano più poveri e i ricchi più ricchi. Il rapporto Oxfam di quest’anno dice che le 26 persone più ricche della terra nel 2018 avevano lo stesso reddito netto della metà più povera della popolazione mondiale, circa 3,8 miliardi di persone. Questo è immorale ed è inaccettabile. Nel contesto di una struttura iniqua creata da pochi, “essere vicini ai poveri” necessita di maggiore chiarezza e comprensione. Sicuramente non si limita all’essere o diventare “poveri” materialmente e vivere come loro nei bassifondi. Piuttosto, ci sfida a lavorare per il cambiamento di questa struttura peccaminosa e ingiusta, che non è davvero umana. Questo cambiamento deve essere realizzato in modo collettivo e consapevole a vari livelli:

  1. a livello locale della popolazione: accompagnare i poveri e gli indifesi rendendoli consapevoli (Paulo Freire), educandoli e sollecitandoli a rivendicare i loro diritti; creare movimenti popolari contro strutture socio-economiche e politiche ingiuste e oppressive a livello locale, regionale, nazionale e internazionale;
  2. a livello di ONG: collaborare e fare rete con varie organizzazioni e movimenti popolari per fare campagne collettive, fare pressione e difendere la giustizia e i diritti delle persone con fatti e testimonianze;
  3. a livello nazionale e internazionale: costruire alleanze e fare ricerche e analisi e presentare fatti e cifre da utilizzare nelle piattaforme internazionali per rivendicare i diritti delle persone le cui risorse sono state sfruttate, abusate e che sono in cerca di giustizia e equità.

Camminare con i poveri o essere vicini ai poveri deve essere visto da tutte queste prospettive, più che perseguire rigorosamente azioni pie di preghiera e digiuno per sperimentare la povertà dei poveri.

Accompagnare i giovani nella creazione di un futuro di speranza

Accompagnare i giovani significa che dobbiamo ascoltarli. Oggi i giovani sono più consapevoli di quanto lo fossero molti di noi da adolescenti. Non solo sanno le cose, ma hanno anche sentimenti ed emozioni di cui bisogna occuparsi. Accompagnarli vuol dire ascoltarli con un cuore attento e sincero. Questo è esattamente quello che dice il P. Generale nella sua lettera sulle Preferenze Apostoliche Universali: «Sono i giovani che, dal loro punto di vista, possono aiutarci a comprendere meglio il cambiamento epocale che stiamo vivendo e la sua novità piena di speranza».

Oggi i giovani attraversano momenti difficili: mancanza di lavoro, problemi di povertà, migrazione, guerra, violenza e rifiuto anche all’interno della famiglia e della società. Vogliono vivere e vogliono trovare un senso alla loro vita. Vogliono sperimentare la pace, la gioia e realizzarsi nella vita. Perciò i formatori di oggi non possono pensare di mettere il “vino nuovo nella botte vecchia” dei metodi formativi di un tempo. Bisogna pensare in modo diverso e rendere la formazione più pertinente e sensata rispetto al contesto attuale. Anche questo «esige da noi l’autenticità della vita, la profondità spirituale e l’apertura alla condivisione della propria missione».

Prendersi cura della Casa Comune

Credo che il cambiamento climatico e i danni ecologici non siano frutto di immaginazione, come potrebbero dire alcuni politici. È una realtà che danneggia in modo diretto la vita dei poveri, soprattutto nel Sud del mondo. Non è semplicemente una questione di dati statistici dire che paesi come il Bangladesh o 8-10 isole dell’Oceano Pacifico o della Micronesia scompaiono ogni anno a causa dell’innalzamento dei mari. Significa, piuttosto, che milioni di bambini, di giovani, la flora e la fauna e i poveri muoiono a causa dei cambiamenti climatici e dei danni ambientali che ognuno di noi provoca. Tutti noi siamo parte di questo disastro. Questo è il motivo per cui abbiamo bisogno di una conversione ecologica.

Negli ultimi mesi, Greta Thunberg, la sedicenne attivista svedese per i cambiamenti climatici, ci ha sfidato e ha ispirato i ragazzi delle scuole in più di 70 Paesi e più di 700 località a partecipare allo sciopero scolastico per chiedere il cambiamento dei cuori. Lei grida: «Probabilmente non abbiamo più un futuro. Quel futuro è stato venduto in modo che un ristretto numero di persone possa guadagnare somme di denaro inimmaginabili». Ha fatto quello che pensava di dover fare. Per quasi un anno, nessuno si è preoccupato di lei mentre stava seduta sul ciglio della strada con un poster scritto a mano. Mentre la gente la derideva per la sua lotta solitaria dicendole che doveva andare a scuola, lei continuava a fare quello che sentiva di dover fare. Dice: «Non mi interessa se quello che sto facendo – quello che stiamo facendo – ha speranza. Dobbiamo farlo comunque. Anche se non c’è più speranza e tutto è perduto, dobbiamo fare quello che possiamo». Presumo che questa sia la sfida per noi: la vera conversione non significa semplicemente un cambiamento ideologico o intellettuale, ma piuttosto cambiare le nostre abitudini, i nostri stili di vita, le nostre sensazioni e le nostre azioni. Questo costa.

P. Xavier Jeyaraj SJ

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L’articolo è pubblicato sul numero 92 della rivista GMI scaricabile in formato pdf.

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