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Amazzonizzarsi a Roma: una seconda conversione?

Come ci si sente dopo un’esperienza di volontariato in una terra ricca di umanità e sacralità? A distanza di un mese dal suo rientro nella frenetica vita romana, Claudia Bellocchi condivide con noi la sua rilettura di quanto vissuto in Amazzonia brasiliana (Belém, Parà), presso il Centro Alternativo de Cultura (CAC) dei gesuiti, partner della Fondazione MAGIS per la giustizia socio-ambientale.

È passato quasi un mese dal mio ritorno da Belém. Ho ripreso il lavoro e, poco alla volta, la mia quotidianità romana. Fortunatamente, anche per gli altri questo è stato un tempo di ripresa dalle vacanze, con ritmi più lenti e meno frenetici. Questo mi ha permesso di stare maggiormente con me stessa e di trascorrere tempo con gli amici più cari che accompagnano la mia vita a Roma.

Molti, leggendo il diario del viaggio, mi hanno chiesto come mi sentissi, se mi mancasse quell’esperienza e cosa fosse rimasto di quei giorni vissuti in Amazzonia.

Devo ammettere che a volte mi assale una nostalgia struggente, accompagnata dalla paura di perdere la ricchezza dei valori e la profondità dello sguardo sulla vita che ho maturato durante la mia permanenza a Belém. Nel diario avevo scritto che la vera sfida sarebbe stata riuscire a vivere a Roma ciò che avevo vissuto a Belém: con modalità diverse, certo, con codici, opportunità e relazioni differenti, ma con la stessa umanità e lo stesso amore.

Dentro di me si alternano molti sentimenti, che sento anche nel corpo. Il più forte è una certa inquietudine, conseguenza della nostalgia: il desiderio urgente di comprendere ciò che ho vissuto e di trovare un modo per tradurlo concretamente nella mia vita presente.

Continuo a studiare il portoghese perché vorrei essere sempre più autonoma nel vivere direttamente le esperienze e perché spero di tornare presto a Belém. Nel frattempo, cerco di mantenere vivi i legami con gli amici conosciuti durante il viaggio e di approfondire lo studio della cultura amazzonica[1].

La mia sete di conoscenza nasce dal bisogno di avvicinarmi all’altro, da un desiderio di comprensione che deriva dall’amore. Studiare, conoscere, leggere diventano allora un modo per ripensare ciò che ho vissuto e continuare a dialogare anche con quell’esperienza.

La nostalgia che provo non ha nulla di malinconico. Non è un ricordo né una reliquia del passato. Nasce dalla continuità di una relazione che può trasformarsi e assottigliarsi, ma non spezzarsi. È una ferita d’amore che chiede di rimanere aperta, perché da quell’apertura continua a passare qualcosa che tiene uniti due mondi. Forse è proprio questo il ponte.

Tutto questo può apparire confuso, e forse in parte lo è. Si tratta ancora di intuizioni che stanno emergendo lentamente. Per questo non considero queste pagine una riflessione conclusa, ma il racconto di una trasformazione ancora in atto — un attraversamento del mio paesaggio interiore che continua a mutare.

Le sensazioni, le emozioni e i valori che l’incantamento — per usare, spero correttamente, le parole di Paes Loureiro — ha aperto in me non trovano sempre immediata risonanza nel contesto romano. È come vivere su due frequenze. Da una parte continua a risuonare quella amazzonica; dall’altra quella della vita quotidiana romana, con il suo ritmo e le sue richieste.

Questa distanza non separa, custodisce. Protegge la verità dell’esperienza e impedisce che venga ridotta a semplice racconto turistico o a emozione esotica. È una distanza amorosa, una forma di cura che spero di riuscire a comunicare anche quando mi vengono rivolte le domande più semplici sul mio vissuto.

Nelle parole di Ailton Krenak mi sembra di riconoscere un’idea che parla anche alla mia esperienza: la relazione con la terra, con gli esseri viventi e con le esperienze profonde non si esaurisce in una dimensione lineare, geografica o cronologica. La sento piuttosto come una connessione che supera il tempo e lo spazio. Ciò che ci ha toccati veramente continua a toccarci, anche quando siamo lontani dal luogo in cui tutto è accaduto.

Per questo posso dire che l’Amazzonia ha aperto in me qualcosa che non è un semplice ricordo. È forse ciò che Dante chiamerebbe intelletto d’amore: una forma di sapere che nasce dall’amore e continua a respirare anche quando il mondo intorno non sembra accoglierla.

Mi vengono in mente le parole di Antonietta Potente — che riporto a memoria, senza la certezza di citarle alla lettera — quando scrive che l’etica non è anzitutto un insieme di norme, ma una postura, un modo di stare nel mondo che custodisce la fragilità, l’apertura e la grazia. L’incantamento amazzonico, tornata a Roma, potrebbe diventare allora questo: un’etica dell’attenzione. Una lenta irradiazione che non si impone e non pretende di convincere.

Non posso ricreare l’Amazzonia. Non posso far respirare agli altri ciò che ho respirato io. Posso forse soltanto provare a testimoniarlo. E forse la testimonianza è proprio questo: non spiega tutto, non dimostra, non persuade. Mostra.

Per come l’ho incontrata, l’Amazzonia non è soltanto un luogo. È diventata anche una modalità percettiva, una forma di relazione che avvolge chi vi entra e che, se ci si lascia attraversare, finisce per modificare il modo di guardare il mondo. Non so se io abbia compreso fino in fondo il significato di incantamento. Per ora lo percepisco come un campo relazionale che si apre e ti include, capace di espandere la realtà e di trasformarne la percezione.

Nell’Amazzonia che ho vissuto, la rêverie non mi è apparsa soltanto come un sogno privato. Mi è sembrata quasi il sogno di un popolo: come se la foresta pensasse, come se il fiume immaginasse, come se le persone vivessero immerse in una percezione che non separa nettamente ciò che è reale da ciò che è possibile — l’ingresso in un mondo che respira possibilità.

Forse in questo ritorno sto vivendo una seconda conversione? Un tentativo di vivere con meno superficialità, più dentro alle cose, aprendomi senza ingenuità al regno del possibile: la speranza generata dall’abbandono allo Spirito?

La domanda che mi accompagna è questa: come trasformare l’incantamento in una postura, la rêverie in uno sguardo, la possibilità in un modo di vivere? Non ho ancora una risposta. So soltanto che questa esperienza continua ad agire in me e a trasformare il mio sguardo.

Forse amazzonizzarsi a Roma significa proprio questo: lasciare che l’incantamento si trasformi lentamente in una postura. Forse la seconda conversione è proprio questa.


[1]In merito alla conoscenza sono stata grandemente aiutata da Juscelio e Addam, che mi hanno consigliato alcuni libri, e altri me li hanno regalati: A serpente cósmica, o DNA e a origem do saber, di Jeremy Narby; Cultura Amazônica: uma poética do imaginário, di João de Jesus Paes Loureiro; Pacto de Branquitudine, di Cida Bento; e Futuro Ancestrale, di Ailton Krenak.

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