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Opera missionaria della Provincia Euro-Mediterranea dei gesuiti
MAGIS Diritti fondamentali Banche dei cereali contro fame e usura
Ciad,

Banche dei cereali contro fame e usura

Jpeg

Osservandoli da fuori, sono forzieri in muratura, senza aperture né punti vulnerabili. Ma i temuti intrusi non sono ladri o scassinatori, quanto piuttosto ratti e insetti voraci. A dover essere protetti, infatti, sono centinaia di pesanti sacchi di miglio o sorgo, non oro e banconote. Perché qui, nel centro del Ciad, concretamente hanno molto più valore le granaglie rispetto al denaro o ai gioielli. Ecco perché in molti villaggi della diocesi di Mongo sono state costruite “banche per cereali”. L’idea è venuta a padre Franco Martellozzo, gesuita, 53 anni di missione in Africa, cercando un modo per sconfiggere fame, povertà, usura. Ed è stata vincente, tanto che oggi le “Banche dei cereali” sono riunite in una federazione che ne conta 346 per un totale di circa 35mila aderenti ed il beneficio di 350mila persone. Nel frattempo altri cento villaggi sono sulla lista d’attesa o in formazione per aprire la loro banca. Quelle che ad oggi sono già funzionanti si estendono su un territorio di circa 500 chilometri quadrati di terreno arido, dove la siccità avanza a vista d’occhio anche a causa della desertificazione dovuta ai cambiamenti climatici sempre più pressanti. Qui l’agricoltura è praticata per sussistenza, ma la stagione dei raccolti è una sola: si tratta del periodo dell’anno durante il quale si può coltivare il terreno a miglio, sorgo, arachidi, grazie alle piogge che vanno da aprile a settembre.

Ad ottobre si raccoglie, ma poi, fino all’anno successivo, la terrà non dà più frutti. Prima dell’apertura delle “Banche dei cereali”, i mesi in cui le famiglie rischiavano di non avere niente da mangiare erano sempre più lunghi. Inoltre c’era un grave problema di sbilanciamento tra domanda-offerta e una conseguente speculazione sui prezzi: tutti gli agricoltori, infatti, vendevano nello stesso periodo gran parte delle granaglie al momento del raccolto, per guadagnare piccole somme di denaro da destinare ad altre necessità (scuola, salute, vestiario, ecc.); ma immettere sul mercato in una sola volta grandi quantità di cereali voleva dire abbassarne i prezzi e favorire i commercianti che compravano, immagazzinavano e aspettavano di poter rivendere ad un costo molto più alto qualche mese dopo. Anche agli stessi agricoltori, quando le riserve avrebbero scarseggiato. Inutile dire che le famiglie, ormai senza scorte alimentari, non erano in grado di ricomprare i prodotti ai prezzi imposti dai commercianti, se non indebitandosi, vendendo capi di bestiame e aratri, e spesso entrando nel circolo vizioso dell’usura.

Per rompere questa forma di schiavitù, è nata «l’avventura delle “Banche dei cereali”, una storia che ha il sapore di fiaba», racconta padre Martellozzo. Tutto inizia con la costruzione del primo magazzino dove ciascuna famiglia aderente al progetto deposita una parte di raccolto, che va a costituire una riserva generale. Durante il periodo di scarsità, l’agricoltore riceve uno o più sacchi di granaglie che si trovano in banca, con l’impegno di restituire la stessa quantità, più una piccola parte, quando avrà il nuovo raccolto nella stagione successiva. All’inizio, spiega il missionario, non è stato facile far passare l’idea del “rimborso del credito”, ma era fondamentale poiché permetteva «di creare uno stock importante di cereali per far fronte a future necessità e instaurava una mentalità nuova. Infatti il rimborso del credito non faceva parte delle categorie mentali, ben ancorate sull’idea che tutto ciò che veniva dato dal governo, dalle ong o dalla Chiesa cattolica era prettamente “dono”. Ci furono quindi incontri di chiarimento e venne espresso il desiderio di fissare un regolamento chiaro e tassativo per chi aveva beneficiava del credito». Presto i contadini si sono gettati «sulle banche come il naufrago sul galleggiante di salvataggio, abbandonando abbastanza in fretta il ricorso agli usurai» che hanno visto i loro affari sgonfiarsi lentamente ma inesorabilmente.

Purtroppo, però, questi ultimi non sono rimasti a guardare: «Quando presero coscienza del problema – racconta ancora il gesuita – reagirono attraverso gli imam delle moschee che condannarono le nostre banche come “haram”, cioè impure, poiché con il rimborso dei cereali veniva chiesto anche un interesse, chiamato “riba”, condannato dalla legge islamica». Occorre notare che “l’interesse” era fissato al 10% e serviva per » le spese di conservazione degli stock e per aiutare i poveri del villaggio che non facevano parte della banca. «Ad ogni modo – precisa padre Martellozzo – questa maggiorazione era stata stabilita dall’assemblea generale dei contadini e restava come un
bene proprio della banca stessa, permettendo tra l’altro di aumentare lo stock a disposizione e quindi il numero dei beneficiari. Purtroppo per designare questo apporto usarono il termine “riba”, che è condannato dalla legge islamica. La faccenda divenne talmente seria che chiesi un incontro ad alto livello presso il deputato locale: parteciparono il vescovo, l’imam della moschea centrale col suo segretario e il rappresentante di tutti i musulmani della zona. Dopo lunghe discussioni si giunse finalmente a definire che la nostra maggiorazione del 10% non era definibile “riba”, ma “ciukka”, che significa “libero apporto”».

Ormai le “Banche dei cereali” sono una realtà più che avviata, apprezzata e indispensabile nell’economia locale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti con un evidente riequilibrio dei prezzi dei cereali, un miglioramento della produttività attraverso l’introduzione delle macchine a trazione animale, una selezione accurata delle sementi e un’efficace formazione dei contadini. «Quando considero le difficoltà incontrate, mi sembra di sognare: qualsiasi analisi tecnica – conclude il missionario – sarebbe giunta alla conclusione dell’impossibilità di una tale impresa e mi meraviglio che non mi crolli sulla testa. Per questo mi guardo bene dal cantare vittoria». Certamente, però, i risultati non mancano. Segno che, con il coinvolgimento assembleare e l’impegno personale, il successo è assicurato.

Articolo scritto da C. Pellicci e tratto dalla rivista Popoli e Missione della Conferenza Episcopale Italiana

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