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P. Livraghi, lettera agli amici

Trieste, 23 Marzo 2020

Carissimi tutti,

sono chiuso nella mia stanzetta della residenza della Compagnia di Gesù a Trieste. Questa comunità gesuita, situata all’estremo nord-est dell’Italia, mi ha accolto ormai da quasi un anno. Siamo pure in Quaresima, il tempo liturgico che ci prepara alla celebrazione della Pasqua, invitandoci ad una conversione vera della nostra vita. E’ la prima volta che mi succede di dover celebrare così a lungo delle messe tutto solo, di essere raramente chiamato a dare la comunione o a confessare qualche pio fedele che viene a chiederlo quasi di nascosto. Le norme prudenziali imposte del governo italiano ed accettate dai nostri vescovi, lo esigono. Si tratta di proteggere la salute del popolo italiano contro la pandemia del corona-virus, che sta infestando il pianeta intero, e che ha fatto già migliaia di vittime, in Cina, ma anche in Italia e in molti altri paesi. Noi anziani, poi, che a causa dei nostri acciacchi, siamo più esposti all’infezione, siamo invitati a mettere in gioco una prudenza estrema … non tanto per noi stessi … ma per non rischiare di diventare un pericoloso anello di trasmissione dell’infezione a coloro che vivono con noi o che fanno ancora ricorso ai nostri servizi.

Devo ammettere che questo stile di vita piuttosto monastico, per me non è cominciato con il corona-virus ma da quando i miei responsabili mi hanno domandato di venire qui a Trieste, a spendervi le mie ultime energie apostoliche. Da quando sono rientrato in Italia, le autorità italiane hanno rifiutato di darmi la patente di guida sulle nostre strade. Dato che tra la Repubblica di Guinea e l’Italia non esistono accordi in proposito, la mia patente B,C,D della Guinea non può essere commutata con l’equivalente o comunque con una patente italiana. Se voglio prenderne una, anche solo per muovermi in motorino, devo frequentare la Scuola Guida e spendere non poche centinaia di euro. E poi … con la mia memoria ormai logorata dalla chinina, non è neppure sicuro che ci possa riuscire!

Andare a spasso a piedi, per le strade di Trieste, o approfittando dei filobus? Ho tentato di farlo un pochino, ma ho presto capito che i sali-scendi delle strade triestine non sono accettati dalla mia schiena, che diventa dolorosa dopo appena una cinquantina di metri di cammino in salita. Anche i filobus, che devi andare a prendere a qualche centinaio di metri da casa nostra, corti e obbligati a circolare su strade strette e piene di curve e di dislivelli, di semafori e di traffico, ti sbatacchiano in tutti i sensi come un uovo sbattuto per la frittata! Quando arrivi a destinazione ti senti tutto rotto, come se fossi passato sotto un compressore. Mi è stata offerta dai miei una bicicletta “a pedalata assistita”, una bicicletta elettrica che permette di spostarsi senza sforzi eccessivi, solo mezzo di locomozione cui posso aver accesso senza nessuna patente … Sono uscito qualche volta, ma mi sono subito reso conto che i sali-scendi a volte molto severi di Trieste e i colpi di vento (il borino soltanto … non ho ancora visto la bora!) complicano seriamente le cose per il vecchio sportivo che io sono.

Perché vi racconto queste cose? Non certo per suscitare la vostra pietà, perché il Signore mi dà di viverle molto serenamente. Anche l’idea di scoprirmi un giorno colpito dal corona-virus non mi terrorizza affatto. Da quando sono partito in Africa (forse dovrei dire da quando sono entrato in Compagnia!) la mia vita non mi appartiene più, l’ho offerta al Signore perché ne faccia quello che vuole, affinché il suo Regno venga ovunque c’è una persona che Egli ama e che Lo cerca, o piuttosto che Egli cerca perché la ama …

E’ forse questo il dono che il Signore ci vuol fare attraverso il corona-virus per questo tempo di grazia particolare che è la Quaresima:  toccare con mano che tutto ciò che ci è prezioso sulla terra, anche le cose più belle come le amicizie e gli affetti famigliari, tutto è fragile e destinato a svanire nel nulla, se non si arricchisce di un spessore di eternità, se non diviene un luogo dove il buon Dio si rivela e si dà a ciascuno di noi, se non diventa il luogo di un dialogo di amore con il buon Dio, che viene a noi attraverso coloro che incontriamo, conosciuti e sconosciuti.

L’invito ad accoglierli con simpatia e bontà è tanto più forte, in questo tempo di pandemia, che molti la vivono non come un’opportunità ma come una minaccia che mette in pericolo tutto ciò che fonda la loro gioia di vivere: avere il necessario per vivere, avere una vita relazionale intensa e gustosa, gioire di una buona salute e della stima di coloro che condividono il nostro spazio vitale … Mi torna in mente, mentre scrivo queste cose, la parabola che Gesù racconta quando vuol esortare i suoi a stare attenti a non cedere all’avidità. La troviamo in Luca 12,16-21, con il titolo: “la parabola del ricco insensato”. A ciascuno di noi, tentato di pensare che potremmo gioire di una vita felice per lunghi anni se il nostro granaio è ben pieno di cose buone, Gesù dice: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?” E Gesù conclude: “Così è di chi accumula tesori per sé e non arricchisce davanti a Dio”.

Se questa saggezza evangelica potesse farsi strada nei nostri cuori e nelle nostre teste e renderci liberi dall’avidità, dalla volontà di accaparrare beni per noi soltanto, magari privandone coloro che sono nel bisogno … Se il corona-virus ci aiutasse a comprendere che la felicità e la gioia non consistono nel possedere molto, ma nella condivisione generosa con quelli che ci stanno  attorno, se ci aiutasse a fare nostra la saggezza che il Signore proclama poco dopo la parabola evocata qui sopra : “Non datevi pensiero per la vostra vita … Guardate i corvi, non seminano e non mietono … e Dio li nutre … Guardate i gigli … non filano e non tessono: eppure vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro … Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta” (Luca 12,22-31) … forse un giorno diremmo grazie al Signore per le prove che ci fa attraversare nella vita, per i momenti duri come quello che stiamo attraversando ora!

Carissimi tutti, auguro a tutti voi, qualunque siano le misure prese che, anche a Pasqua, ci obbligheranno forse a non andare alla celebrazione della messa e a fare un digiuno eucaristico, una festa serena e luminosa. Riceviamola così come il Signore ci darà di viverla, senza amarezza o nostalgia per quello che avevamo l’abitudine di fare e che quest’anno non potremo fare. Lasciamo che il Signore ci faccia inaugurare nuovi cammini. Forse il Signore ci sta provocando ad inventare forme nuove di espressione della nostra fede. Invece di riposarci pigramente sulle nostre abitudini passate, ci invita a far fronte a situazioni nuove e, portati dal genio dello Spirito Santo, ad osare creare ed inventare nuove maniere di testimoniare delle nostre convinzioni profonde e della presenza attiva e misericordiosa di Dio in mezzo a noi.

A tutti un abbraccio … da lontano! E tanta preghiera gli uni per gli altri.

P. Dorino Livraghi SJ

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