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MAGIS Pace La vocazione al dialogo e alla fratellanza
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La vocazione al dialogo e alla fratellanza

tribals adivasi

Ambrogio Bongiovanni, docente di Dialogo interreligioso e Missiologia, rilegge la complessità culturale, sociale, e religiosa della nazione indiana alla luce del Documento sulla Fratellanza Umana

L’India è un paese straordinariamente ricco di tradizioni, di culture e sensibilità diverse – religiose e non – ma anche di profonde contraddizioni. Questa complessità è vissuta attraverso una forma di democrazia moderna che riesce a tenere insieme le diversità più estreme dal nord al sud del Paese (caste, etnie, religioni, lingue e dialetti, differenze sociali, culturali ed economiche) in un delicato equilibrio tra tradizione e modernità e costantemente minacciata internamente dal fondamentalismo di matrice hindu e dal comunitarismo; oltre alle tensioni internazionali ai suoi confini che spesso creano problemi.

Oggi la Costituzione indiana, seguita all’indipendenza (1947) dal regime coloniale britannico, rappresenta ancora per molti il riferimento centrale e il custode di una laicità, aperta al mondo religioso, che prevede il riconoscimento della pluralità religiosa e filosofica delle minoranze, per “promuovere tra tutti i cittadini la Fratellanza assicurando la dignità dell’individuo e l’unità e l’integrità della Nazione”, come riportato chiaramente nel suo Preambolo.

La forte crescita economica e il ruolo di potenza industriale mondiale non hanno prodotto, tuttavia, quella maggiore stabilità, uguaglianza e giustizia che i profeti del liberismo economico avevano preconizzato all’inizio degli anni ’90. Il sogno delle due figure più significative tra i padri dell’indipendenza indiana, il Mahatma Gandhi e Pandit Jawaharlal Nehru, è ancora vivo ma resta in parte incompiuto e minacciato dalle tensioni odierne che mettono in pericolo proprio quel richiamo costituzionale sulla fratellanza e l’unità.

Il Documento sulla Fratellanza Umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato congiuntamente ad Abu Dhabi (2019) da Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, offre a tutto il contesto indiano, non solo alle comunità cristiane e musulmane – entrambe minoranze nel Paese – una preziosa occasione per riflettere su come dare impulso a quello spirito e quei valori collegati alla Costituzione attraverso una collaborazione e una sensibilità religiosa e interreligiosa del vivere quotidiano, profondamente connaturata nello spirito indiano.

Quel documento infatti vuol portare all’attenzione delle varie istituzioni e organizzazioni la necessità e il dovere di favorire la fratellanza e l’unità per il bene comune attraverso una prospettiva diversa rispetto agli interessi nazionali o particolari e persino ideologici di alcuni gruppi. Moltissime donne e uomini indiani, a livello di singoli o riuniti in organizzazioni e reti, religiose e laiche, sono attive per mantenere saldi i principi di dignità umana, pluralità, democrazia, laicità e libertà religiosa. Quel dialogo interreligioso di cui molti parlano forse ancora troppo teoricamente oggi in Italia e in Europa, spesso senza neanche praticarlo, è un’esperienza di vita nella prassi e nella spiritualità del popolo indiano, intessuta profondamente nella vita ordinaria anche di fronte alle situazioni di conflitto. Personalmente l’ho potuto sperimentare sin dai primi tempi della mia presenza in India nel 1990. Se in Occidente si poteva pensare, e forse lo si continua a fare, a un dialogo interreligioso come uno “spazio” di confronto tra esperti su questioni teologiche e filosofiche o come un dialogo tra sistemi religiosi, mi sono imbattuto, sin dal primo momento, in un’esperienza in cui tutta la vita delle persone è coinvolta, che non minaccia affatto la propria identità ma permette di viverla intensamente in una dimensione relazionale. Ben oltre il dialogo concettuale vi è un dialogo-vita che, nel tentativo di tradurlo con una parola più significativa per il contesto, potremmo indicare come “maitreya” (amore, amicizia, benevolenza, ecc..) che conduce alla pace e all’armonia.

L’India è certamente un Paese guida nell’ambito della riflessione teologica cristiana e del dialogo interreligioso: il continuo richiamo alla visione cosmica, integrale, a una vita in armonia con tutto l’universo e tutti gli uomini. L’impegno missionario della Chiesa indiana, come quello della Chiesa asiatica in generale, è profondamente dialogico e segue il modello del “triplice dialogo”: con le culture, con le religioni e con i poveri. Tutto ciò pone proprio la comunità cristiana in prima linea nel processo di liberazione dell’uomo dalle strutture di peccato.

La Fondazione Magis sostiene ed incoraggia quelle attività e progetti che hanno a cuore questo spirito e i principi etici che mettono al centro la dignità della persona indipendentemente dalla propria identità, come anche la Costituzione richiama. La sensibilità e collaborazione interreligiosa anima sempre questi progetti. Lavorare insieme, specie per i più deboli e i più poveri, è un’occasione per conoscersi e sperimentare la differenza e la diversità religiosa come potenziale umano e spirituale.

Oggi abbiamo uno strumento in più che ci incoraggia a proseguire in questa direzione. Il documento di Abu Dhabi, generato dalla sensibilità delle due comunità religiose più numerose al mondo, mette in risalto, raccoglie e incoraggia ciò che di fatto negli angoli più remoti della terra si sta compiendo in maniera spesso silenziosa, fuori dal clamore mediatico, lottando contro le ingiustizie: quella fraternità umana che Dio desidera per tutti e prospetta per tutti nel Suo Regno.

Ambrogio Bongiovanni

Docente Pontificia Università Gregoriana, Consigliere CdA Fondazione MAGIS

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