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Un libro per ricordare padre Catalano e il suo impegno in Sri Lanka

«Abbiamo scritto un libro su padre Michele Catalano perché volevamo tenerne vivo il ricordo. Il ricordo di una figura di religioso che ha dato molto sia alla sua comunità di origine sia a quelle in cui ha operato come missionario». A parlare è Renato Brucoli, coautore con Vito Bernardi, di «Papà triposcia. Padre Michele Catalano Sj e il popolo dei canali» (Ed. Insieme, Terlizzi [Ba], pp. 128, euro 15), una biografia di Michele Catalano.

Pugliese di Terlizzi, classe 1926, padre Michele entra nella Compagnia di Gesù nel 1945. Già nel 1949, dopo i due anni di noviziato, viene inviato in India, dove studia Filosofia e Teologia. Nel 1964 viene inviato in Sri Lanka. Qui lavora in una casa di esercizi spirituali nella capitale Colombo. Contemporaneamente inizia a interessarsi del dialogo interreligioso ed ecumenico con buddhisti e protestanti sui temi dei diritti umani e dello sviluppo economico.

Negli anni Settanta c’è una svolta nella sua vita. «È in quel periodo – ricorda Renato Brucoli – che lo scontro tra tamil e cingalesi si inasprisce. Padre Michele capisce che questa guerra civile coinvolge soprattutto i disperati che vivono nelle baraccopoli di Colombo (nate lungo i canali che percorrono le periferie della città). La miseria li porta a prendere la armi. Così decide di lavorare per combattere la povertà».

Fonda Shanti (pace) un movimento di animazione comunitaria per la promozione umana e, in particolare per l’educazione alla pace e le opere di carità. Offre sostegno economico ai più poveri, assistenza agli anziani e ai disabili, educazione ai ragazzi e alle ragazze. Negli anni Ottanta promuove anche le prime adozioni a distanza.«La sua – continua Brucoli – è un’opera instancabile che prosegue negli anni. Fino agli ultimi anni di vita quando, dopo lo tsunami che colpisce con particolare forza lo Sri Lanka, aiuta le comunità locali nell’opera di ricostruzione dopo la devastazione del maremoto». Muore nel 2009 in Italia, dopo essere rientrato per curarsi (anche se, precisa Brucoli, lui avrebbe voluto rimanere in Asia).

Che cosa è rimasto di lui a Terlizzi? «In molti che l’hanno incontrato nei suoi rientri in Italia – conclude Brucoli -, rimane un ricordo indelebile delle sue testimonianze che ci hanno fatto comprendere a fondo il significato della missione cristiana. Il Comune ha poi voluto intitolargli una scuola di infanzia. Un modo per non dimenticare il suo impegno a favore dell’educazione dei più piccoli. E poi abbiamo voluto scrivere questo libro che vuole essere un segno di riconoscenza per quanto ha lasciato alla nostra comunità e alle comunità in cui ha lavorato».

 

Ed Insieme
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